ne siamo sicuri?

Gli uomini sono al tempo stesso liberi e legati, più liberi di quanto non desiderino, più legati di quanto non avvertano, giacché la massa dei mortali è fatta di sonnambuli, e all’Ordine non conviene mai che escano dal sonno, perché diventerebbero ingovernabili. L’Ordine non è amico degli uomini, esso si limita a tiranneggiarli.”

Breviario del caos – A. Caraco

Basta scorrere per pochi minuti le pagine internet e i quotidiani locali per essere sommersi da notizie del genere. Continui esempi di crimini che possono andare a colpire chiunque.

I mezzi d’informazione, locali e non, utilizzano un linguaggio che distorce la percezione dei fatti: senza analizzare le possibili cause che portano un individuo a infrangere la legalità, puntano il dito verso un capro espiatorio, nemico comune, spesso straniero.

Ma a cosa porta nel locale questo clima di insicurezza diffusa?

A Saronno il sindaco Fagioli ha sfruttato propagandisticamente e contribuito concretamente a questo processo, che non è certo iniziato con questa giunta.

Sempre più spesso si può notare come l’operato della polizia locale – con organico recentemente ampliato – si concentri su operazioni quali: il sanzionamento dei venditori abusivi e il sequestro delle merci (si pensi ad esempio agli “ambulanti dei carciofi”), l’allontanamento di questuanti o artisti di strada dalle vie del centro, l’emissione di multe per contrastare volantinaggi o altre azioni informative. Di più: il comune, nelle due ore di punta del pendolarismo, si avvale anche di vigilanti privati a presidio della stazione per prevenire la microcriminalità. Palese è l’aspetto di propaganda di questo provvedimento, volto ad acuire una sensazione di tutela dagli stranieri che bazzicano in stazione. Una stazione già demonizzata che ha visto anche provvedimenti come il recente coprifuoco serale emesso nei confronti dei locali della zona.

Un altro aspetto sempre più evidente di questa deriva securitaria, motivo di vanto di giunte con qualunque orientamento politico, è l’incremento della presenza di telecamere distribuite sul territorio, in particolare nel centro città.

Queste pratiche possono superficialmente passare inosservate, risultare innocue o addirittura giuste e auspicabili. Da un lato si tendono a creare ed enfatizzare situazioni definite emergenziali che permettono l’introduzione di nuove misure liberticide, dall’altro poi si tende a rendere le stesse definitive. Il tutto è inserito in una strategia di controllo sempre più invadente e capillare volta al mantenimento dell’ordine costituito; dove per ordine costituito non si intende un naturale svolgimento dell’esistenza, ma l’incasellamento di ogni individuo in un preciso sistema di produzione e consumi massimizzati e omologati. Questo processo di normalizzazione consente allo Stato di ridurre progressivamente la libertà di chiunque, senza incontrare resistenza alcuna (o quasi). Ogni individuo che desideri viversi luoghi e momenti al di fuori da questo schema preconfezionato è visto con sospetto e viene controllato in ogni sua attività e spostamento poiché ritenuto possibile artefice di azioni illegali.

Tutto ciò, come anche la presenza sempre maggiore di polizia ed esercito nelle piazze, induce a pensare che se qualcuno si deve far garante della nostra sicurezza è perché qualcun altro ne mina invece la stabilità. In questo senso dovremmo sentirci sempre in pericolo, creando noi stessi un clima di tensione che a sua volta legittima l’aumento del controllo. Emblematiche in questo le cosiddette zone a controllo del vicinato, dove le ronde sono composte dagli stessi abitanti del quartiere. Questi segnali evidenziano come l’ ideologia della sicurezza sia non solo accettata ma diventi necessità e dovere civico. Tale approccio non solo sembra desiderabile, ma diviene anche riproducibile dagli stessi individui.

Il sentimento viene immolato all’altare della sicurezza, unica chiave di lettura della realtà.

Siamo sicuri che al di fuori del privato ambiente domestico ci vada bene l’essere spiati mentre ci facciamo una passeggiata o ci beviamo un caffè?

Ci sentiamo più sicuri a vedere militari che, mitra alla mano, presidiano stazioni e piazze?

Non sarebbe forse più opportuno interrogarsi sulle possibili cause di alcuni episodi di microcriminalità, piuttosto che soffermarsi sulle sue banali conseguenze?

Siamo convinti che questo processo che ci rende asserviti e fiduciosi nei confronti delle autorità vada distrutto in quanto esso stesso distrugge quotidianamente la nostra libertà di vivere le città, di incontrarci, di relazionarci. Pensiamo che una vita dove non succede niente poichè continuamente minacciata da occhi ostili, sia cosa ben misera.

 

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