Solidarietà agli studenti e alle studentesse bolognesi e milanesi che lottano

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Riceviamo e pubblichiamo un comunicato scritto dagli imputati nel secondo processo per lo sgombero della Ex-Cuem, libreria autogestita nell’Università Statale di Milano fino a maggio 2013.

Milano, 16 febbraio 2017

Oggi, giovedì 16 febbraio, alle 9.30 ha avuto luogo al tribunale di Milano la terza udienza del processo a 7 ragazzi che parteciparono, nel maggio 2013, alla resistenza contro le forze dell’ordine chiamate dal rettore dell’Università Statale di Milano, Gianluca Vago.
Quel giorno, la polizia in assetto antisommossa entrò violentemente e senza preavviso per sgomberare un’aula occupata in risposta alla distruzione della libreria Ex-Cuem. Quest’ultima, per chi non ne abbia sentito parlare, costituiva da tempo un luogo di libertà e di libera ricerca all’interno delle mura accademiche. Lontano dalle logiche mercantilistiche che hanno piano piano avuto la meglio – in università come altrove – , la libreria si pensava e agiva come un approdo per chi, stanco della situazione stantìa e acritica in cui si trovava il movimento studentesco in tempi di grossi sconvolgimenti sociali (era il periodo delle primavere arabe, della Spagna che si sollevava con il movimento 15-m, di Occupy Wall Street..), si proponeva di effettuare un rivolgimento generale e diffuso a partire dalla critica alla modalità di trasmissione del sapere universitario.
Questo processo che ha visto sette ragazzi (ai tempi dei fatti poco più che ventenni) sul banco degli imputati – con l’accusa di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, e il conseguente rischio concreto di scontare mesi di galera per il fatto di avere “scandito cori e urla in direzione della polizia” – non è il primo riguardante i fatti di quel giorno. Altri sei ragazzi e una ragazza sono già stati processati con l’accusa di violenza a pubblico ufficiale, e hanno scontato più di 4 mesi di arresti domiciliari.
Il Pubblico Ministero Basilone ha chiesto, oggi, 8 mesi di reclusione, per una transenna trattenuta e qualche slogan lanciato in direzione delle forze dell’ordine in seguito alla loro violenza.
Caso vuole che proprio oggi, 16 febbraio, sia stata chiamata una giornata di mobilitazione in tutte le università italiane in solidarietà agli studenti e studentesse di Bologna, dove lunedì scorso dei poliziotti sono entrati prepotentemente, stavolta in una biblioteca universitaria, manganelli e scudi alla mano, pestando alla cieca come al solito. Riteniamo che i fatti del 2013 a Milano e quelli di qualche giorno fa a Bologna siano collegati. Il rettore della Statale, permettendo alla polizia in assetto antisommossa di entrare nelle mura universitarie, ha rotto un tabù: era da una trentina d’anni che non succedeva una cosa simile. La polizia, infatti, normalmente non ha alcun diritto di entrare in università, luogo di cultura e quindi ad accesso libero, che gode di uno statuto giuridico speciale. Il rettore è responsabile della protezione dei propri studenti; nel caso di Vago e del rettore di Bologna, questo rapporto si è invertito. Il rettore è diventato uno sceriffo che sfrutta il suo ruolo di potere con il fine di mantenere la sua sicurezza e la sua tranquillità, visto che l’università pubblica – soprattutto nel settore umanistico – ha costi sempre più sproporzionati rispetto alla qualità dell’insegnamento e alla preparazione impartita. Insomma, laddove mancano i soldi, e quindi i servizi e le garanzie, e laddove l’università mostra il fianco scoperto a critiche che mettono radicalmente in discussione la sua funzione, lo Stato risponde con i manganelli. A spese, ovviamente, della libertà di espressione e di circolazione dei corpi.
Il caso del divieto della conferenza di Davide Grasso, ex foreign fighter a fianco delle YPG in Kurdistan, organizzata da un gruppo autonomo della Statale di Milano due giorni fa, è un altro esempio dell’uso sproporzionato del potere da parte della gerarchia accademica, a scapito degli studenti che si organizzano autonomamente –che spesse volte sono proprio i più curiosi, intraprendenti e disinteressati. L’università, luogo di produzione di senso e di immaginario standardizzati perlopiù volti all’affermazione del potere e non alla sua messa in discussione, è un luogo potenzialmente pericoloso per chi comanda, perché tra le sue mura si troverà sempre chi, dagli insegnamenti impartiti dai libri, trarrà delle lezioni che lo condurranno a rivoltarsi. Per questo i movimenti studenteschi sono da anni sistematicamente repressi con attenzione morbosa. Ed è per questo che conviene continuarvi la lotta.

Solidarietà agli studenti e alle studentesse bolognesi e milanesi che lottano.

Alcuni compagni della ex-cuem

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