Archive for ‘Approfondimenti’

13 marzo 2016

Mostra sulle occupazioni a Saronno

Qui il pdf della mostra sulle occupazioni a Saronno che in questi giorni abbiamo esposto per le vie della città

MOSTRA SPAZI

23 febbraio 2016

5 Marzo – Corteo a Saronno

Per me la lotta contro il potere, anche nelle sue forme più sottili, più interiorizzate, è l’unica strada per conquistare la gioia reale di vivere, di amare, di giocare. […] E’ essenziale comunque gettare tutta la propria passione nella continua ricerca di una condotta che spacchi l’esistente, di una condotta che ti permetta di giocare con i ruoli e su di essi (contro di essi) senza mai accettarne la corazza. Non ci si può identificare in null’altro che non sia il nostro processo di negazione (del valore in processo, cioè del capitale). Non sempre ci riesco, ma il mio sforzo massimo e quotidiano è proprio per giocare sui ruoli, sapendo alla peggio subire, ma mai accettando l’esistente e le sue imposizioni.
Riccardo d’Este
Dallo sgombero nel settembre 2014 della sede storica del Telos – quella in via Milano – a Saronno la lotta per avere uno spazio occupato e autogestito ha sugpa0201h07005bbbito un’accelerata: in questo anno e mezzo numerose sono state le occupazioni, temporanee o meno, e sempre a distanza di qualche settimana sono seguiti altrettanti sgomberi.
A Saronno si parla di occupazione e di autogestione da ormai 9 anni, quando nel 2007 venne preso per la prima volta un Telos, in via Galli, esperienza che durò solo tre giorni ma gettò le basi per gli eventi futuri a tutti ben noti.
In provincia sono diverse le esperienze che negli anni hanno portato avanti la lotta per avere uno spazio occupato in cui sperimentare un modo altro di stare insieme, dall’esperienza quarantennale a Tradate alle più recenti a Gallarate e Como. Esperienze diverse tra loro, ma accomunate dalla risolutezza nel mettere in pratica le idee che ci albergano in cuore.
Da sempre abbiamo voluto inserire la lotta per avere un Telos a Saronno all’interno del nostro pensare e della nostra azione, ciò ci ha portato ad agire per cercare di modificare la realtà e il limite del possibile senza cercare alcuna legittimazione da parte del potere, politico o poliziesco, e senza coltivare il nostro orticello in cambio di una innocuità e una passività che sono ciò di cui si nutre lo stato di cose presenti. Ogni occupazione è stata un lancio nel vuoto, un perdersi e uno scoprirsi, un’avventura emozionante a partire dai nostri bisogni e dai nostri desideri.
Non quindi un’occupazione come protesta, ma un’occupazione in rivolta; non per fornire quei servizi che questa società allo sbando garantisce sempre meno, ma per affinare la critica, l’analisi e l’azione rivoluzionaria, per riuscire ad immaginare un modo altro di stare insieme.
Saronno non ha quasi più spazio edificabile, lo sfitto è in aumento insieme al numero degli sfratti, respiriamo aria di merda e l’acqua del Lura, quando c’è, rispecchia la qualità della nostra vita.
Viviamo in una delle zone più inquinate d’Europa eppure stiamo subendo una serie di nuove grandi opere che renderanno il nostro territorio ancora più disastrato: Varesina bis, Pedemontana e opere connesse come la bretella che passerà da Ceriano Laghetto; in più nuovi progetti di altre tangenziali esterne, gli scarichi in deroga nell’Olona che lo rendono schiumoso e avvelenato, la qualità dei pozzi da cui peschiamo l’acqua che beviamo e che usiamo quotidianamente e altro ancora.
Nel frattempo in provincia si susseguono incidenti sul lavoro dovuti alle condizioni sempre più precarie: salari ridotti all’osso, freddo siberiano nelle ditte, ricattabilità.
Tutto questo rende tragicamente attuale il detto: di lavoro si muore. Gli studenti vengono sempre più imboccati di nozioni per diventare quanto prima produttivi e castrati di ogni pecularietà individuale che non sia mercificabile.
Chi si definisce soddisfatto della propria vita?
Ma statene certi, dipingeranno sempre e comunque noi, gli stranieri e i poveri cristi come il problema di cui liberarsi, il nemico interno contro cui fare fronte comune, in nome della Nazione, della Patria. Si stanno già attrezzando rispolverando all’evenienza gruppi di picchiatori fascisti per fare rispettare il loro ordine, quello del dogma della Legge e del Denaro.
La ricerca del mostro e del nemico ricorda quella avvenuta in Europa qualche secolo fa, tra il 1600 e il 1800, con la nascita della proprietà privata per come la conosciamo oggi, con le enclosures, quando si venne a creare una massa di poveracci senza terra da schiavizzare nelle colonie e nelle città, in un momento di forte riassestamento e con forti tensioni sociali:
Dagli albori dell’espansione coloniale inglese all’inizio del Seicento, fino all’industrializzazione metropolitana del primo Ottocento, la classe dominante ricorse al mito della lotta tra Ercole e l’idra per raffigurare le difficoltà incontrate nell’imporre l’ordine su sistemi di forza-lavoro sempre più globali. Attribuirono variamente a commoners (gente comune espropriata dell’uso di beni comuni, i commons), criminali deportati, servi a contratto, religiosi radicali, manovali, soldati, marinai e schiavi africani, la natura di altrettante teste, innumerevoli e in continua mutazione, del mostro. Ma quelle teste, benchè originariamente introdotte nelle strutture produttive proprio dai loro erculei padroni, presto svilupparono al loro interno nuove forme di cooperazione, contro quei padroni: dall’ammutinamento e dallo sciopero alla sommossa, all’insurrezione, alla rivoluzione.
Peter Linebaugh – Marcus Rediker, I ribelli dell’Atlantico, la storia perduta di un’utopia libertaria
Eppure, di fronte alla catastrofe quotidiana, è difficile sentire levarsi una voce: il sentire è indirizzato e manipolato dalla propaganda, e così la frustrazione per una vita di merda viene facilmente convogliata verso chi sta sotto di noi: lo straniero, l’indigente sotto sfratto, il disoccupato che ruba al supermercato. Parlare oggi di legalità e non violenza è fare demagogia perché la guerra sociale è in atto ed è tutta a sfavore della fetta di popolazione più povera.
Sarebbe fare violenza su noi stessi accettare la vita di merda che ci hanno servito.
Le città sono sempre più escludenti, campano in funzione del profitto e dell’agio di pochi.
Le strade deserte vengono videosorvegliate dal Grande Fratello, i poveri aumentano, il malcontento si tocca con mano e ovviamente nessun tentativo di rivolta è tollerato; al contrario la depressione è del tutto parte di questa società. Ma vogliamo davvero deprimere la nostra vita?
Noi, che siamo convinti di avere questa sola vita, siamo sicuri, mettendoci insieme, di poter cambiare lo stato di cose presenti, di poter camminare sulla testa dei re. Noi in una città abbiamo altre geografie rispetto a quelle del potere e del denaro, ricerchiamo la solidarietà e la complicità tra sfruttati, soffiamo sul fuoco quando questo si accende, resistiamo e cerchiamo di aumentare la forza di chi rema contro la corrente qui e ora.
Scenderemo in piazza per tutti questi motivi, decisi a proseguire sulla rotta tracciata verso l’ignoto, a partire da uno spazio occupato a Saronno, malgrado l’infame politica e le attenzioni della Questura. Uno spazio in cui cospirare, cioè respirare insieme.
26 gennaio 2016

Ancamò: di occupazioni, sgomberi e lotta a Saronno

http://www.radiocane.info/ancamo/

Negli ulltimi tempi si fatica a tenere il conto degli sgomberi avvenuti a Saronno, dove non è mancato neppure il consueto corredo di fogli di via, avvisi orali, richieste di sorveglianza speciale e…Daspo. Un’attenzione questurina che sinora non ha in alcun modo intaccato la volontà di andare avanti dei compagni saronnesi, la determinazione a liberare spazi e tempi di vita, la continua sperimentazione di rapporti di autogestione, al di fuori del circolo della noia e della merce cui la provincia sembra insesorabilmente destinata. In occasione dell’ultimo sgombero, avvenuto domenica 24 gennaio 2015, ci siamo fatti raccontare da alcuni “occupatori di Telos” (secondo la brillante definizione di una locale europarlamentare di Forza Italia) la situazione saronnese dal primo sgombero della sede storica di via Milano a oggi.

Qui l’audio: http://www.radiocane.info/wp-content/uploads/2016/01/telos.mp3

 

25 gennaio 2016

Sembra una barzelletta ma non lo è

Il comunicato dei Lambs a cui si fa riferimento potete trovarlo pubblicato qui

Questa mattina, lunedì 25 gennaio, abbiamo letto sui media locali una dichiarazione rilasciata dal gruppo hardcore “Lambs” di Cesena a proposito dello sgombero di ieri del TeLOS, in cui si sono trovati coinvolti, essendo stati ospitati dopo aver suonato in un pub di Saronno.
Eccone uno stralcio:

“Al mattino siamo stati svegliati dalle forze dell’ordine ed accompagnati in Questura a Varese. Abbiamo subito spiegato di essere una band e di non aver nulla a che fare con l’occupazione ma al momento siamo comunque indagati. Sinceramente non c’entriamo nulla con la vicenda avevamo solo bisogno di un ricovero per la notte e siamo stati ospitati. Eravamo al posto sbagliato nel momento sbagliato”.

Siamo rimasti allibiti da questa dichiarazione e abbiamo voluto condividere nella maniera più ampia possibile quella che per qualche minuto ci è parsa una divertente barzelletta. Ma una barzelletta non è, e più che ridere verrebbe da piangere.
Per noi un concerto non è un puro evento fine a se stesso, ma un momento in cui incontrarsi, scambiarsi esperienze, condividere emozioni e contenuti. Suonare o frequentare – sia pur per bisogno – uno spazio occupato dovrebbe significare -, secondo noi, avere una certa sensibilità rispetto a tutta una serie di tematiche quali, ad esempio, la questione degli spazi occupati nei quali in Italia, generi come l’hardcore (e affini), sono nati ed ai quali sono sempre rimasti indissolubilmente legati. Anche se oggi assistiamo spesso al cliché: “suono hardcore, quindi suono negli spazi occupati”, come se fosse una moda come tante.
Questo non per amore delle patenti da militante d.o.c. che non ci appartengono, ma per dimostrare coi fatti che no, non è soltanto musica.
Leggere frasi del tipo “eravamo al posto sbagliato nel momento sbagliato” fa intendere quanto questi “musicisti” siano consapevoli del luogo e di coloro che li stavano ospitando per dormire. Evidentemente, per i “Lambs”, uno spazio occupato equivale ad un ostello in cui trascorrere la notte, ma gratuito.
Ingenui noi ad ospitare quattro sconosciuti? Forse.
Ma da parte nostra ospitare qualcuno che non ha i soldi per pagarsi un albergo, è un piccolo gesto che si incastona nel nostro agire quotidiano in questa città: un posto occupato in un luogo tetro, grigio e attraversato continuamente da tristi pendolari che pensano ognuno agli affari propri, è il tentativo di spezzare l’apatia della vita quotidiana per dare più spazio alla generosità, alla solidarietà e al coraggio di chi lotta. Condividere, anche solo per una notte, la vita di uno spazio occupato per noi significa essere complici e solidali con chi vive quotidianamente quello spazio.
Lo scriviamo qua e speriamo non ci sia più bisogno di replicare: all’interno dei nostri spazi non vogliamo individui che considerano tali spazi come posti sbagliati.
E non può essere nemmeno considerato momento sbagliato uno sgombero che è ultimamente la realtà di diverse esperienze che ostinatamente remano contro la corrente.
E in ogni caso, nell’ovvia diversità del vedere, del sentire e del percepire, vale sempre ciò che disse il saggio: un bel tacer non fu mai scritto.

13 ottobre 2015

Sul presidio di Sabato 10/10

Sabato siamo tornati in piazza a Saronno. Un presidio innanzitutto contro i fogli di via, strumento poliziesco infido e scomodo col quale si vorrebbero allontanare per qualche anno da un determinato territorio i protagonisti di momenti di conflittualità più o meno radicali. Un presidio quindi in cui insieme abbiamo trasgredito questa imposizione poliziesca, alcuni dei nostri compagni col fo12122563_10153388458059580_7505325471072272149_ngli di via hanno espresso al megafono le motivazioni di questa trasgressione, le hanno rese pubbliche. Una rivendicazione di intenti che poco aggiunge alle quotidiane trasgressioni, che però condivide e quindi rende collettivo un problema che non è e non deve rimanere individuale. Rimaniamo convinti che l’unico modo per dare il minimo valore a questi provvedimenti e agli interessi sempre più morbosi di Questura e compagnia sia infrangere ogni divieto, rispettosi – c’è bisogno di dirlo? – della libera scelta individuale.
Ma siamo tornati in piazza anche con una mostra sugli spazi sociali occupati in questi ultimi 7 anni a Saronno. Una mostra che ha attratto praticamente tutti i numerosi passanti, nella quale si è cercato di tracciare un filo nel nostro percorso ma anche nella reazione delle autorità. Abbiamo rivendicato insieme la necessità di uno spazio sociale a Saronno, abbiamo difeso la pratica dell’occupazione come strumento necessario in città dormitorio e cementificate come Saronno.
In tutta la giornata si sono fermate al presidio un’ottantina di persone, abbiamo avuto modo anche di fare un’assemblea per discutere in maniera allargata di spazi sociali e misure poliziesche. Un confronto che siamo convinti abbiamo arricchito tutti i partecipanti.
E per finire quando il sole era già calato abbiamo cucinato qualche kg di polenta e lo abbiamo condiviso con i presenti, anche con alcuni passanti incuriositi dallo strano movimento in una delle tante piazza di Saronno che è ormai solo un punto di passaggio tra un impiego e un altro. Trovare una cinquantina di persone che ci staziona, che insieme ci mangia e discute è qualcosa di anormale. Abbiamo vissuto e condiviso con enorme piacere una bella giornata per rilanciare alcuni dei temi a noi cari e per stare bene insieme, un buon riassunto di questi indescrivibili 7 anni.

24 luglio 2015

Lo sgombero non ci fermerà

Qui di seguito il comunicato distribuito a Saronno in seguito allo sgombero del TeLOS di via Gorizia

Questa mattina (23 Luglio) alle 6.00 Polizia e Carabinieri hanno sgomberato il TeLOS di via Gorizia, spazio che dal 10 Luglio era diventato la casa di alcuni giovani alla ricerca di una soluzione abitativa, oltre che un luogo dove organizzare iniziative pubbliche.
Una ventina di agenti della Digos è salita sul tetto dello spazio cercando di trascinare fuori dall’edificio i ragazzi e le ragazze che cercavano di resistere allo sgombero. Tra spintoni – che hanno anche causato situazioni di pericolo – schiaffi e minacce, grazie anche al complice intervento dei Pompieri, la Polizia è riuscita letteralmente a trascinare uno alla volta gli occupanti giù dal tetto.
Tutti e sette i ragazzi sono stati rilasciati in seguito, dopo essere stati denunciati a piede libero per il reato di occupazione e danneggiamento. A cinque di loro è stato anche notificato un Foglio di Via dalla città di Saronno, della durata di 3 anni ognuno.

Il reato di occupazione consiste, ad avviso di Polizia e politicanti, nell’organizzare iniziative autogestite e a libera fruizione all’interno di spazi da anni (e chissà per quanti anni ancora dopo la “restituizione ai legittimi proprietari”) abbandonati, lasciati a marcire dai palazzinari di turno, e svenduti dall’amministrazione pubblica.
Il reato di danneggiamento consiste invece nel pulire, sistemare, mettere in sicurezza, rendere agibile e fruibile uno stabile vuoto e inutilizzabile, che, una volta avvenuto lo sgombero, verrà demolito (come avvenuto in via Bainsizza) murato (come per le case popolari del Matteotti) o reso in ogni maniera inagibile (ad esempio tramite la distruzione completa del tetto, come avvenuto in questo caso o in via Concordia).

Nei pochi giorni di occupazione siamo comunque riusciti a vivere momenti intensi di aggregazione e socialità. Centinaia di persone hanno attraversato uno spazio fino a quel momento vuoto, riempiendolo di vita, idee, progetti. Decine di ragazze e ragazzi si sono attivate in prima persona, lavorando e organizzandosi in maniera libera ed orizzontale, per riuscire a costruire uno spazio dove poter creare e condividere momenti di vita realmente alternativi rispetto a quelli a cui ci ha abituati una società basata sul profitto, sullo sfruttamento e sulla convenienza.

E’ come sempre ovvio che non sarà l’ennesimo sgombero a fermare l’esperienza del TeLOS, da anni sviluppata e radicata nella nostra città. Troveremo nuovi spazi e nuovi luoghi dove costruire e sperimentare una alternativa radicale e inassorbibile.

FUORI DAL TeLOS SAREMO DAPPERTUTTO.

16 giugno 2015

DIFFONDIAMO AUTOGESTIONE, RIPRENDIAMOCI GLI SPAZI

Negli ultimi anni a Saronno si è fatto un gran parlare della situazione abitativa, di occupazioni,sgomberi e sfratti. Considerando la generale difficoltà per una fetta sempre maggiore di popolazione nel permettersi un affitto o un mutuo per avere un tetto sulla testa, crediamo che l’occupazione sia un argomento da approfondire e una pratica da diffondere.

Con lo sgombero del TeLOS questura e politica hanno provato, invano, a eliminare un’esperienza attraverso la repressione, colpendo uno spazio libero in cui si praticava e si tentava di diffondere un modo di vivere basato sull’autogestione,in lotta contro le dinamiche imposte dalla società.

Lo sgombero del TeLOS e delle case occupate gli anni scorsi a Saronno è stato anche un monito perprevenire lo scenario, timore di chi governa, in cui chi si ritrovi senza casa o sotto sfratto si organizzi da sé per prendersene una delle tante (circa 1500 a Saronno) vuote.

Noi sentiamo tuttorail bisogno di uno spazio in cui il peso del denaro – e quindi la discriminazionefra chi ha e chi non ha – sia minimo, consci di vivere, volenti o nolenti,all’interno di una società in cui il valore dei soldi è superiore a quello della vita stessa dell’individuo: sentiamo il bisogno di uno spazio in cui resistere all’ingerenzadella politica istituzionale nelle nostre vite, e siamo decisi a organizzarci attraverso l’autogestione.

Crediamo in un percorso politico che coinvolga le persone direttamente nella risoluzione dei propri problemi e nel soddisfacimento delle necessità, attraverso un confronto libero ed orizzontale, dove ognuno sia responsabile delle proprie

scelte e a comandare non sia la maggioranza né una minoranza organizzata. È chiaro come questo modo di organizzarsi sia in netto contrasto con quello previsto dalla società attuale, fondata sulla delega, nella quale ancora in molti credono di contare segnandouna X su una scheda ogni 5 anni.

Rifiutiamo quindi la delega e non riconosciamo come referenti i soggetti investiti del potere, democratico o no che sia. I nostri referenti sono le persone che condividono con noi bisogni, esigenze, sogni e progetti.
Non è mai stato nostrointeresse aiutare questa società a migliorarsi; vogliamo immaginare, sperimentare e vivere una società ed una socialità completamente differenti da quelle attuali. Ed è per questo motivo che non cerchiamo un confronto con istituzioni ed enti interessati a recuperare il disagio, ad appianare i conflitti e a “risolvere iproblemi della gente”. Semmai ci interessa crearne di conflitti.

Siamo tuttora convinti che si possa ottenere uno spazio coerentemente con quanto crediamo, sia come abitazione che come spazio condiviso, solo attraverso l’occupazione.

Ci piace decidere con la nostra testa, non con il codice penale alla mano, ben sapendo che le leggi non sono una trascrizione del “Giusto” e dello “Sbagliato”, ma rappresentano la difesa degli interessi e dei privilegi di una parte della popolazione.

Consideriamo sbagliato vedere persone senza casa o sotto sfratto essendoci moltissime abitazioni ed edifici sfitti, e giusto riprenderci il nostro spazio ed il nostro tempo in una società che tutto controlla e tutto decide.

TeLOS itinerante

15 Maggio 2015

Primo Maggio ’15 – Una Milano particolare

Pubblichiamo qui di seguito una riflessione scritta da alcuni varesotti sul primo maggio di Milano (qui la versione in pdf da scaricare):

Vincere non è arrivare primi a una corsa o segnare più gol di quanti ne ricevi. Se tutto resta come prima non è vincere, è accontentare qualche cretino. Vincere dev’essere qualcosa che assomigli alla danza degli indiani d’America intorno alle macerie fumanti di un insediamento di coloni europei. Solo cenere deve restare perchè non si edifichi più alcuna mostruosità. Ma qui di resti bruciati se ne sono visti troppo pochi! (1)

Cui prodest?
Qualcuno si è fatto questa giusta domanda.
Anche dopo parecchi giorni dal primo maggio milanese si continua a parlare dell’uso della violenza, del capitalismo, di Expo, di sfruttamento, di rabbia, di rivolta.
Certo, è una situazione buona anche per chi cavalca questi accadimenti per i suoi fini, siano essi di visibilità (es. Casarini), politici (es. Pisapia) o populisti (es. Salvini).
La canea mediatica è qualcosa di cui tenere conto e discutere.
E’ sempre giusto4782_75b6 porsi delle domande, interrogarsi sulla propria prospettiva e modalità di azione. Solo pochi anni addietro era tutto molto diverso: non c’erano i social network e la pervasività dei mezzi di informazione di massa non era paragonabile a quella odierna. A 15 anni dal G8 di Genova, col suo lascito sul movimento rivoluzionario, bisogna pensare attentamente a come riportare anche nelle piazze una reale conflittualità, riuscendo ad allargare la partecipazione e la condivisione di saperi e pratiche. Lo scopo della repressione è sempre quello di bloccare l’azione rivoluzionaria e gli arresti sono solo uno dei metodi utilizzati per giungere a questo scopo. Più in generale, spesso subdolamente, essa cerca di spingerci all’inazione e a farci diventare poliziotti di noi stessi, invitandoci a credere che non sia possibile, o addirittura non sia lecito, mettere in pratica alcune azioni, sia dentro che fuori dai cortei.
Ma la domanda iniziale è utile anche invertirla. A chi dispiace una giornata come quella del primo maggio milanese? A chi non giova? A quale rivoluzionario possono dare fastidio uno spezzone che attacca la polizia, quattro macchine, qualche banca e qualche vetrina? Sì dirà, a ragione, che semmai è stato troppo poco, o che sono esplosioni di rabbia troppo rade, o che bisognerebbe riportare nel quotidiano tanta rabbia e tanta forza. Si può discutere dell’utilità della distruzione nel processo di produzione, si può discutere della sempre più rapida distruttibilità dei prodotti (vedi Gunther Anders, L’uomo è antiquato II, I prodotti), si può discutere, come in parte faremo, del consenso, dell’opinione pubblica e del libero pensiero.
Ma solo a chi intende governare e gestire il dissenso e la rabbia può dare fastidio una giornata come questa.
A ragione, a ben vedere.
In Italia, ma possiamo parlare anche di Europa per essere meglio compresi, esiste una componente radicale e irriducibile a ogni recupero. Di questa radicalità va preso atto, c’è, è nei fatti.
I numeri sono sempre relativi, non è la conta che ci interessa, è la tendenza. Lo spezzone autonomo e radicale ha attratto numerosi partecipanti al corteo che si sono sentiti di prendere parte, di parteggiare. Chi parla, spesso a sproposito, di consenso e pratiche includenti, dovrebbe tenere conto di questo fatto.
Ecco un possibile superamento del nodo consenso/dissenso: la partecipazione attiva.
Viviamo in un’epoca afflitta, tra le altre cose, da un opinionismo diffusamente basato su poco e che poco ci azzecca con la vita reale. Tuttavia con tale incongruenza ci riguarda tutti, trattandosi della maggioranza silenziosa che supporta lo stato di cose presente.
L’opinione pubblica è pensata e studiata a tavolino, lo scalpore e lo scandalo sono incredibili fabbriche di opinioni. Si pensi al caso delle due ragazzine rom pagate dalla giornalista per dire una serie di assurdità. Milioni di condivisioni, milioni di opinionisti indignati, milioni di opinioni create e pensate ad arte.
Si pensi anche al ragazzo intervistato poco dopo gli scontri.
L’opinione pubblica è il contrario del pensiero libero.
Come superare questo ostacolo? Come andare oltre le condivisioni da social network e le opinioni create ad hoc nel giro di un minuto?

Ragionare sul senso di questa giornata in prospettiva, per evitare di trovarci in futuro in un vicolo cieco o, piuttosto, per dotarci degli strumenti per superare il muro del vicolo cieco.
Se da una parte è indiscutibile oramai la simpatia di fette della popolazione per chi dalle parole passa ai fatti, dall’altra è altrettanto importante fare sì che si parli con questa parte di popolazione, che non ci si chiuda a gingillarsi per la giornata appena trascorsa o sull’estetica dello scontro. Uno degli errori più gravi sarebbe quello di non cogliere la predispozione crescente allo scontro, al conflitto. I quartieri popolari e i territori resistenti sono il campo di battaglia quotidiano in cui invertire il comune sentire, secondo il quale non si può mai vincere. Giornate come il primo maggio milanese sono un’iniezione di fiducia nel dimostrare che non è necessario essere un milione per riuscire a prendersi le strade, allo stesso modo non c’è bisogno necessariamente delle masse per fermare una grande opera che devasterà ulteriormente il nostro territorio o per resistere all’ennesima ondata di sfratti. Quello di cui c’è bisogno è intelligenza ed energia, e tornare a pensare in grande anziché limitarsi a proteggere il proprio orticello.

Non c’è mai lunedì

Verso dove stiamo andando? Questa una delle domande di chi nel primo maggio milanese ha letto un momento importante per il movimento.
Attaccare il centro finanziario e di potere di Milano è sicuramente un’azione comprensibile a chi è sotto sfratto, a chi vede il proprio territorio devastato per grandi opere finanziate dalle banche, da chi subisce quotidianamente la violenza del denaro, da chi ha una visione critica e d’insieme della nostra società e del suo funzionamento.
E’ altresì vero che rimane uno scarto da colmare, nei modi di volta in volta considerati più opportuni, nei confronti di quei soggetti delusi e depressi da questa società, di chi non ne può più del solito tran tran, di chi è annoiato a morte dalla prospettiva di passare dieci anni a scuola per imparare a lavorare e passare una vita a barcamenarsi per sbarcare il lunario.
Creare una prospettiva rivoluzionaria nel quotidiano, vivere la rivoluzione oggi, dimostrare che un mondo senza lavoro obbligatorio (lo è nella misura in cui tutto nella società ha un costo ed è esclusivo per chi se lo può permettere) è non solo auspicabile, ma possibile.
Tornare a colpire gli orologi e lo scorrere del tempo sempre uguale a se stesso, organizzarsi e prendersi beffe delle organizzazioni, assaporare il gusto della solidarietà e cacciare chi fomenta le divisioni e la guerra tra poveri.
Prendere parte al processo già in atto, perché una parte di questa società ha tutto l’interesse che l’ordine continui a regnare, l’altra che tutto crolli al più presto. Decidere da che parte stare è il primo passo. Ma ovunque sono i rassegnati, vera base dell’accordo tra le parti, i miglioratori dell’esistente e i suoi falsi critici. Ovunque, anche nella nostra vita, che è l’autentico luogo della guerra sociale, nei nostri desideri, nella nostra risolutezza come nelle nostre piccole, quotidiane sottomissioni. (2)
Nelle metropoli come in provincia, ovunque è possibile.
Autorganizzarsi e difendersi per non pagare più il prezzo di una vita e di una società imposte. Pensare l’improbabile e osare l’impossibile.
Questa la grande sfida del nostro tempo, questa la grande avventura.
La rivoluzione sarà una festa, non di poche ore, ma per la vita.

Alcuni varesott pianta casott

Note:
1) SALVATORE RICCIARDI, Maelstrom scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia (1960-1980)
2) Ai ferri corti con l’Esistente, i suoi difensori e i suoi falsi critici

15 aprile 2015

25 Aprile 2015 – Ancora nelle strade

Sono ormai diversi anni che il 25 aprile a Saronno ha assunto una dimensione più partecipata e viva, cercando di superare la dimensione della mera commemorazione fine a se stessa. Nel corso degli ultimi anni il 25 aprile da una passeggiata con banda, politici e associazioni è diventata una data dalla più ampia partecipazione, motivata dal voler attualizzare quelli che nelle dinamiche istituzionali troppo spesso rimangono discorsi retorici legati a un passato sempre più lontano.

Questa commemorazione è stata svuotata a tal punto di contenuti che le stesse persone che il 25 aprile predicano l’antifascismo e la libertà poi per tutto l’anno non dicono una parola sulla presenza nelle piazze e nelle strade saronnesi di partiti e movimenti di estrema destra.

La nostra partecipazione alla giornata del 25 aprile è tesa a ribadire la necessità dell’antifascismo oggi, in contrasto all’ipocrisia di chi utilizza il passato per proteggere la propria poltrona e il proprio potere.

D’altronde è con lo sforzo e le lotte degli antifascisti che la Lega Nord ha smesso di prendere parte a questo corteo. Si può dire senza timore di sbagliare che ci avevamo visto lungo, considerata l’attuale alleanza della Lega Nord con CasaPound e le recenti sfilate milanesi e romane con tanto di tricolori e croci celtiche. Un vero cambio di passo quello delle camicie nero-verdi, con le quali, non dimentichiamo, partiti e istituzioni , A.N.P.I, PD fra tutti, hanno sfilato nel corso degli anni in corteo. Come se non bastasse PD e A.N.P.I. si sono persino spesi per difendere i leghisti dalle proteste di chi non voleva condividere con loro una data tanto significativa.

La mancanza di una vera azione di contrasto verso i movimenti neofascisti è testimoniata anche da quanto accaduto nell’ultimo anno; anno in cui la giunta ha permesso a formazioni neo fasciste di diffondere idee razziste e ultranazionaliste e di svolgere ronde anti-immigrati. Le uniche opposizioni a queste presenze sono arrivate ancora una volta dagli antifascisti.

La concessione di spazi e visibilità a organizzazioni apertamente neofasciste assume un valore ancora più grave considerando invece il trattamento riservato agli antifascisti, caricati e in seguito denunciati per aver osato contestare il sindaco e la sua giunta lo scorso 25 aprile; cariche ampiamente giustificate sia dall’ ANPI che dal PD. A seguito di questa giornata di manganellate la Questura ha addirittura richiesto l’arresto di quattro persone.Anche per questo consideriamo indispensabile tornare in piazza quest’anno, per ribadire con forza che il 25 aprile è degli antifascisti e di chi oggi continua a resistere nei propri territori contro la devastazione imposta dal capitale e difesa dallo Stato, e non di chi si allea con CasaPound, di chi stringe mani e patti, di chi chiude un occhio o è lui stesso amico quando non promotore del fascismo di oggi.

Torniamo in piazza per ribadire che non sono manganellate, denunce o tentativi di arresti a fermare chi oggi lotta per la libertà, per ribadire la nostra radicale inimicizia nei confronti dei rappresentanti istituzionali, per ribadire che l’antifascismo e la solidarietà nascono dal basso con pratiche quotidiane. Per questo abbiamo animato numerose iniziative nel corso di questo anno, contro le ronde fasciste, contro i C.I.E, contro ogni repressione delle forme di dissenso e per dare voce alla resistenza contro le grandi opere che non fanno altro che arricchire i soliti noti e distruggere il nostro già martoriato territorio.

Così dopo il corteo mattutino andremo in Piazza Rossa (piazza dei mercanti) e proseguiremo la giornata di lotta con una festa che esprima le resistenze di oggi, per cercare di annullare lo scarto che sempre più si nota tra i discorsi pomposi dei 25 aprile ufficiali e la realtà di tutti i giorni. Lo faremo con banchetti informativi e mostre, libri, opuscoli e interventi, con un’assemblea aperta sulle lotte del nostro territorio, con della musica e qualcosa con cui rifocillarsi.

Contro ogni fascismo, contro la criminalizzazione delle lotte sociali e dei territori che resistono, riprendiamoci le strade e le piazze, diffondiamo solidarietà e autogestione.

Antifasciste e antifascisti di Saronno

21 gennaio 2015

Comunicati di solidarietà contro la sorveglianza speciale

Raccogliamo qui di seguito una serie di comunicati di solidarietà al nostro compagno e contro la sorveglianza speciale scritti da alcuni collettivi e gruppi attivi sul territorio varesotto in varie lotte.

SOLIDARIETÀ A CELLO DAL KINESIS

Je suis Cello

La questura di Varese vorrebbe che un nostro amico e compagno di Saronno fosse sottoposto alla Sorveglianza Speciale. Si tratta di una misura restrittiva della libertà personale,adottata dal regime fascista per perseguitare gli oppositori politici e rivista recentemente in chiave antimafia. Di fatto, oggi, viene applicata a coloro che non possono essere colpiti con i normali strumenti di legge. Quindi non una pena per aver commesso un reato specifico ma una misura preventiva che limita la persona nelle sue frequentazioni, affetti, abitudini. Le prescrizioni possono essere diverse: obbligo di dimora in un determinato territorio, divieto di frequentare luoghi pubblici, incontrare pregiudicati, partecipare ad assemblee o manifestazioni…

Si tratta di un esperimento (se ne sono fatti di analoghi in altre parti di Italia) per un uso insolito, forse anche un po’ creativo, per valutarne un uso più diffuso in futuro. Questo è il chiaro intento del questore di Varese che si prende la briga di sciorinare ben sei pagine di motivazioni, segnalazioni, osservazioni e voyeurismi di varia natura, non risparmiandosi di aggiungere alcune falsità notevoli.

Per troppo tempo le acque dei territori in cui viviamo hanno sofferto di un movimento talmente poco percettibile da sembrare nullo. Da alcuni anni si verifica invece un interessante incremento di discorsi e di pratiche, ormai non più sommerse, che portano in superficie le contraddizioni dello stato di cose in cui siamo immersi: occupazione di case e spazi sociali, lotta contro sgomberi e sfratti, opposizione a progetti inquinanti e distruttivi, manifestazioni contro l’industria bellica, disobbedienza alle ordinanze liberticide dei comuni, blocchi e scioperi dei lavoratori della logistica, antirazzismo, opposizione al putridume fascista di Forza Nuova, denuncia pubblica della violenza di polizia e carabinieri, sostegno alle lotte in altri territori…

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