14 marzo 2018

Aggiornamento su Cello

La richiesta per i domiciliari a Saronno, è stata rigettata dal gip. Quindi Cello rimane in carcere alle Vallette. Nelle prossime settimane si presenterà una nuova istanza per i domiciliari in un’altra città. Inoltre pare che il pm chiederà, per Cello, l’immediato cautelare cioè il processo inizierà in tempi più brevi e separato dagli altri cinque. Per ora ancora non c’è una data. Cello fa sapere che sta bene, si trova da pochi giorni in una nuova cella, sempre da solo, con vista sulle montagne, sempre nel blocco B. Ha l’aria sia mattino che pomeriggio e la socialità la sera; può andare in palestra e al campetto da calcio. I colloqui con i suoi famigliari proseguono regolarmente. Ringrazia tutti e tutte per la posta che riceve (telegrammi, libri, lettere, cartoline). Sta leggendo molto quindi invitiamo a mandargli libri e riviste tramite il piego di libri. La nostra forza e la nostra grinta sono anche le sue, il morale è alto! Ricordiamo l’indirizzo per scrivergli e le coordinate per chi volesse contribuire alle spese:
Marcello Ruvidotti
casa circondariale Lorusso e Cutugno
via Maria Adelaide Aglietta 35
10149 Torino

IBAN: IT53I0760105138235962935972
Postepay: 5333 1710 4692 8160
(intestati a Ilaria Cattaneo)
Di seguito pubblichiamo il testo letto durante la TAZ per il 9° compleanno del TeLOS:

“Ciao a tutti, rubiamo pochi attimi ai festeggiamenti perchè, ormai da un mese, manca uno di noi. Nella notte fra l’8 e il 9 febbraio Cello è stato arrestato con le accuse di resistenza e lesioni aggravate per i fatti accaduti il 31 dicembre scorso a Torino: quella sera un bel gruppo di persone, come accade da anni, è andato a salutare i detenuti sotto al carcere delle Vallette. Cori e fuochi d’artificio hanno spezzato la monotonia della vita in carcere. Quella sera, durante momenti di scontro con la polizia, una sbirra viene colpita in faccia da una bottiglia. Oltre all’arresto di Cello, vengono dati firme e divieto di dimora da Torino a 5 compagni. Ogni cazzo di giorno, questo mondo di merda ci inonda di violenza: la violenza della polizia, del carcere, dei fascisti che provano ad alzare la testa, del controllo sempre più capillare in ogni strada di ogni città, delle frontiere che ogni giorno spezzano la vita di centinaia di persone, quella dei padroni e dei ricchi che distruggono i nostri territori per il loro profitto, la violenza del lavoro, degli affitti e delle bollette, della scuola ma anche la violenza del sessismo e dei rapporti grigi e vuoti tra persone sempre più isolate e distanti l’una dall’altra. Siamo contenti quando un po’ di questa violenza torna al mittente, che sia una bottiglia in faccia ad una sbirra, un fascista di merda legato e riempito di botte nella pubblica piazza, un celerino picchiato con il suo stesso scudo, un picchetto di lavoratori che blocca le merci, una rivolta dentro a un CPR, una casa difesa dallo sfratto, un sabotaggio ad un cantiere o ad un qualunque ingranaggio di questo mondo, le vetrine sfasciate delle città che lasciano sempre più spazio solo al consumo e al denaro. Poco importa che ci dividano reprimendoci, se la tensione che ci unisce ogni giorno, ed ogni notte, è molto più forte delle sbarre che a volte ci dividono. Crediamo che la migliore difesa sia l’attacco e la migliore solidarietà sia la lotta, perciò porteremo avanti con ancora più amore e rabbia tutte le lotte che ci hanno uniti in questi anni e che ci uniranno ancora; per Cello, per Greg, per Ghespe, per chi non c’è più e per tutti e tutte quelle che sono rinchiuse nelle galere per essersi scagliate contro questo mondo. Perchè liberare tutti significa lottare ancora.
La rivoluzione è l’unica forma di guerra in cui la vittoria finale può essere preparata solo attraverso una serie di sconfitte”. (Rosa Luxemburg)
Libertà per tutti e tutte! Fuoco alle galere e sulle guardie!”
10 marzo 2018

IN GIRUM IMUS NOCTE ET CONSUMIMUR IGNI


– andiamo in giro di notte e siamo consumati dal fuoco –

Saronno, 10 marzo 2018

La rabbia di quei giorni
Brucia ancora dentro”

Quanti posti, quanti sgomberi.
Sui tetti come i gatti, arrendetevi siamo matti, mossa Kansas City, sassi sulla Digos.
In 600 in corteo. In qualche decina a riprenderci il Telos di via Concordia.
Tanti ricordi impossibili da mettere in ordine, né di importanza né temporale. Ognuno di noi ha la sua narrazione personale, l’insieme di queste narrazioni personali forma la narrazione collettiva.
“O profughi d’Italia a la ventura, si va senza rimpianti e né paura..”
Quante volte l’abbiamo cantata? In piazza contro il tricolore, in una bettola occupata durante la notte bianca dei consumi.
Più di ogni altra cosa ciò che ci portiamo dietro da questi nove anni furiosi è la consapevolezza di esser riusciti a deviare – anche se di poco – il fluire degli eventi in una cittadina come tante.
Cittadina che come tante altre ha nell’ultimo decennio virato verso un’idea di città classista e razzista, con un centro storico svenduto a privati, imborghesito, pieno zeppo di telecamere e infatti deserto se non durante gli orari di flusso lavorativo, pendolare e consumistico che sia.
Verrebbe spontaneo rassegnarsi di fronte a questo mare di merda in cui siamo immersi. Le rivendicazioni più radicali non reclamano altro che l’autogestione della miseria: un lavoro, un salario, una cella addobbata in cui vivere, la sicurezza di trascorrere la vita senza particolari patemi.
In questa vita terribilmente simile alla prigionia assistiamo pure ad un sentire comune che poco si discosta da quello che ha consentito la nascita e il riempimento dei campi di concentramento. Rassegnati a dover vivere abbiamo perso il piacere di vivere.
Una società basata sul profitto, sul dovere, sullo sfruttamento non può che generare una geografia simile a quella in cui viviamo: grandi magazzini in cui smistare merci e sfruttare persone, grandi edifici in cui educare i giovani all’insegna del rispetto del proprio ruolo di sfruttati. Una geografia del genere non può che castrare il piacere, e che dire della miseria dei rapporti, della sessualità?
Che dire del mostruoso numero di suicidi e morti per overdose? Che dire degli psicofarmaci, sempre più strumento e condizione necessaria al perpetuarsi della società per come è? Così abituati al mondo per come è che non riconosciamo neppure la violenza estrema che ci circonda, fondamenta e architrave dell’esistente. Talmente assuefatti da non riuscire a vedere nel sasso che sfonda una vetrina un’irruzione della solidarietà e della gioia in questo monotono e mortifero tran-tran.
Non esiste nessuna gestione differente dell’esistente che dia colore alle nostre vite, l’unica avventura appassionante è la distruzione della società, l’unica che può dare criteri altri per tracciare una rotta.
Di fronte a tutta questa miseria indirizziamo i nostri passi guidati dalla solidarietà e dalla gioia, dal piacere e dall’avventura, consapevoli che insieme siamo meno deboli di fronte al peso del denaro, del lavoro, degli obblighi e delle leggi. Ed è camminando in quella direzione che negli anni abbiamo incontrato compagni e compagne con cui proseguire la strada intrapresa, abbandonando ogni modello e sperimentando un modo altro di stare insieme contro questa società.
Oggi abbiamo occupato uno spazio per passarci una giornata insieme, per farci una festa, come sempre senza capo né coda.

E se come diceva un poeta fare poesia è fare matrimoni e divorzi illegali tra le cose, che dite, di fronte a tutto questo, ce lo riprendiamo un Telos?

“Ciò che siamo e ciò che vogliamo cominciano con un no. Da lì nascono le sole ragioni per alzarsi al mattino. Da lì nascono le sole ragioni per andare armati all’assalto di un ordine che ci soffoca”

TeLOS – stiamo tornando!

collafenice.wordpress.com

28 febbraio 2018

Un non tranquillo sabato a Saronno

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Nel pomeriggio di sabato 24 febbraio un gruppo di solidali con Cello, arrestato la notte dell’8 febbraio per un saluto sotto al carcere di Torino a capodanno, si è radunato in Piazza Portici. Ad accogliere in pompa magna il presidio troviamo la digos e ben cinque camionette di celere, che subito si schierano davanti ad ogni via d’accesso alla piazza.
Dopo un’oretta di volantinaggio decidiamo di muoverci e di liberarci dall’invadenza della polizia, quel pomeriggio più appiccicosa del solito. Ci avviamo verso un cordone di carabinieri che, dopo un attimo di tentennamento e con nostra grande sorpresa, ci lascia passare, qualcuno anche perdendo pezzi della propria dotazione, altri al bar a bersi un caffè. Superato il cordone della celere il corteo si struttura e si autodifende, uno striscione rinforzato si sposterà agilmente dalla testa alla coda a seconda dell’evenienza per tutta la durata del percorso. Mentre circumnavighiamo il centro qualcuno si organizza per coprire le telecamere incontrate lungo la strada.
Nulla da segnalare fino a che non arriviamo da via Marconi davanti al Municipio: gli astuti carabinieri si schierano per non farci passare, la testa è pronta a difendere il corteo, mentre qualcuno in coda tiene una via di fuga aperta per uscire da quella incresciosa situazione. Il corteo arretra fino a raggiungere via XXV Aprile, ci infiliamo lì dentro e sbuchiamo sul retro del Municipio e, prima che digos e celere riescano a mettersi d’accordo sul da farsi, il corteo ha già aggirato il blocco.
La confusione, dalla parte dei caschi blu, pareva essere parecchia: qualcuno giura addirittura di aver visto un digotto rincorrere il suo casco che rotolava sul marciapiede.
Noi procediamo verso Piazza San Francesco, dove il nostro corteo si conclude. Una menzione d’onore va anche a quella volante della polizia locale che a inizio pomeriggio, vedendo arrivare alcuni partecipanti al presidio, si è smaterializzata in men che non si dica dimostrando di avere un vero cuor di leone.
Questa è stata solo una delle tante occasioni che avremo per dire che rivogliamo libero e con noi il nostro compagno Cello.

Ci si vede nelle strade!
Cello libero!
Greg libero!
Solidarietà a Pise, Quara, Giulio, Paolo e Salvatore!

TeLOS

 

27 febbraio 2018

10 marzo // 9 anni TeLOS

Tutti e tutte invitate alla grande festa per i 9 anni dall’occupazione del TeLOS di via Milano. Nove anni di lotte, conflitto e autogestione.
Le info per la location le troverete il giorno stesso qua sul blog e sull’evento facebook:
https://www.facebook.com/events/1753011088341287/

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16 febbraio 2018

CELLO LIBERO! Sab 24/2 presidio!

Presidio24

CONTRO OGNI GALERA, CONTRO OGNI POLIZIA, CONTRO OGNI ORDINE

A mezzanotte in punto i poliziotti
fanno il loro solito lavoro
metton le manette intorno ai polsi
a quelli che ne sanno più di loro
De Andrè, Via della Povertà

La notte tra l’8 e il 9 febbraio un nostro compagno è stato arrestato. Per farlo i furbi servitori dello Stato hanno dapprima ammanettato la persona sbagliata a Saronno, poi, accortisi dell’errore, partono a tutta velocità alla volta di Milano, stazione Cadorna, dove attorno a mezzanotte arrestano Cello. Bisognerà poi attendere le prime luci del mattino per capire cosa sta accadendo. Cello è in arresto accusato di resistenza e lesioni aggravate, in riferimento alla notte del capodanno appena trascorso in cui un rumoroso e brioso saluto ai detenuti sotto il carcere delle Vallette a Torino si è scontrato con la Polizia. Durante gli scontri, una volta tanto, una poliziotta si è presa una bottigliata in faccia. Oltre al suo arresto ci sono state anche altre cinque misure cautelari, nella fattispecie cinque divieti di dimora a Torino con firme giornaliere, un vero e proprio confino.

Di respirare la stessa aria
dei secondini non ci va
De Andrè, La mia ora di libertà

Patria galera, questa una delle perifrasi per descrivere le carceri. E parafrasi che molto ci dice sulla condizione sociale della sirtgrande maggioranza dei detenuti. Che in galera ci finiscano in larga misura gli sfruttati appare evidente, al di là poi della denominazione che questa o quella condotta prende nel codice penale. Nelle patrie galere ci finiscono coloro che come unica patria hanno la propria condizione sociale, di sfruttati appunto, e l’etichetta che viene loro cucita addosso, di delinquenti e carcerati. Se in carcere ci sono molti stranieri è per via della condizione sociale che li accomuna.

Si dice che il carcere abbia una funzione rieducativa. Nulla di più vero. Giù la maschera però: le galere educano all’adattamento, alla sopportazione delle umiliazioni, ad accettare le prepotenze, ad abbandonare la capacità di immaginare altre possibilità, a voltarsi dall’altra parte quando si assiste a ingiustizie e soprusi. Ed è non solo funzionale, ma vera colonna portante di questo sistema sociale basato sul profitto e sullo sfruttamento. In una società parcellizzata, in un cui le giornate trascorrono spostando gli occhi da uno schermo all’altro, dal lavoro retribuito al consumo retribuente, portare solidarietà e qualche attimo di vicinanza ai reclusi è provare a spezzare il vetro opaco della realtà.

È un’usanza un po’ primitiva
ma se c’è in ogni parte del mondo
da menare quelli in divisa
tutti quanti si metton d’accordo
Nanni Svampa, Ecatombe

Qualcuno diceva che il capolavoro del potere consiste nel far passare come nemico alla gente chi lo combatte, e come amico chi tiene tutti al guinzaglio. Il ruolo sociale della Polizia, dei Carabinieri e anche della Polizia Locale, è di garantire l’ordine sociale, ordine che è condizione essenziale per il perpetuarsi del mondo così come è. La trova sulla propria strada, a volte a mo’ di catena altre di manganello, chiunque provi ad allontanarsi dal seminato e chiunque osi mettere in discussione il proprio ruolo di schiavo, di sfruttato: gli operai della logistica, schiavi 2.0 in questo mondo di merda; i migranti che muoiono in mare ogni giorno sognando le nostre coste, protette dagli infami servitori dello Stato; tutte le persone sotto sfratto, specialmente chi ha una spina dorsale e non scende a compromessi con chi specula su un bisogno; chi si batte contro le devastazioni ambientali; chi si organizza senza capi né padroni, a partire dai propri bisogni, per sperimentare nella solidarietà un altro modo di stare insieme. E’ facile intuire perché solo due generazioni fa l’odio verso i gendarmi fosse diffuso e costituisse una vera e propria coscienza collettiva. I gendarmi sono feccia dell’umanità, gente che ha deciso di delegare il pensiero a qualcun altro, e svolgere solo i compiti che gli vengono assegnati. Per gente di questa risma non si può avere alcun rispetto.

Il miracolo dello Stato è rendere normale l’esistenza della Polizia, che è di per sé violenza, violenza contro ogni individuo pensante. E allora diventa inevitabile organizzarci contro questa violenza, come è avvenuto a capodanno a Torino, come è avvenuto a Piacenza, dove la Polizia che si è frapposta tra il corteo antifascista e la sede dei fascisti è stata sonoramente bastonata, e come è avvenuto un mesetto fa a Monza dove gli antifascisti hanno resistito alla Polizia che difendeva i soliti fascisti.

Diffondere solidarietà, contro ogni autorità!

CELLO LIBERO!
Solidarietà a Pise, Giulio, Paolo, Quara e Salvatore

Sabato 24 febbraio ore 15.30 in piazzetta Portici, Saronno
Presidio in solidarietà a Cello e contro ogni polizia

TeLOS

9 febbraio 2018

CELLO LIBERO!

CONTRO OGNI GABBIA, CONTRO OGNI OPPRESSORE – CELLO LIBERO!

Giovedì 8, verso le 23.30, a Saronno un compagno e una compagna vengono fermati sotto casa dalla polizia. I 6 agenti in borghese ammanettano subito il compagno. Insistentemente viene chiesto loro cosa stesse succedendo; la risposta è: “c’è stata una rapina e abbiamo la targa di questa macchina”. Una volta controllati i documenti gli sbirri capiscono di non aver trovato chi stavano cercando: tolte le manette, risalgono in macchina e se ne vanno a tutta velocità.

La storia della rapina puzza incredibilmente di cazzata.

Circa mezz’ora dopo alla stazione ferroviaria di Milano Cadorna vengono fermati quattro compagni da una decina di sbirri in borghese che si scagliano subito su uno dei quattro bloccandolo e cercando di ammanettarlo. Dopo vari minuti di parapiglia gli sbirri riescono ad arrestarlo senza dare informazioni sul motivo e sul luogo in cui lo porteranno.

Alle 5 del mattino gli agenti si presentano a casa del compagno per la perquisizione e solo in quel momento si capisce che è stato arrestato con le accuse di resistenza aggravata e lesioni per i fatti del 31 dicembre a Torino.

“Il classico saluto di capodanno ai detenuti del carcere delle Vallette questa volta si è rivelato più movimentato del solito. Tra la sessantina di persone circa accorse per l’occasione, qualcuno ha pensato bene di concedersi una pausa dal consueto utilizzo verticale degli artifizi pirotecnici, provocando un po’ di scoppi e scintille colorate tra le gambe dei plotoni di celere schierati a difesa delle recinzioni. Qualche carica e qualche lancio di tutta risposta e, a quanto si legge dai giornali, una poliziotta della scientifica (di quelle in borghese sempre con la telecamera in mano, si può presumere) ferita da una bottiglia e ricoverata in ospedale. Una scena non così usuale che speriamo abbia strappato un inaspettato e meno annoiato sorriso ai detenuti accorsi alle finestre, a guardare e urlare”. (tratto da macerie.org)

Oltre a Cello, l’operazione ha coinvolto 5 compagni di Torino per i quali sono previste le misure cautelari del divieto di dimora e dell’obbligo di firma.

Non ci interessa se le accuse siano vere o meno, la verità dei tribunali non è la nostra.

Quello che ci importa è che il saluto al carcere era, come tanti altri, un momento di solidarietà ai detenuti e lotta contro ogni gabbia.

Quello che ci importa è che continueremo a lottare contro le galere fino a che non bruceranno tutte perchè sono parte di un mondo che ci opprime, ci divide, ci nega libertà. Continueremo a odiare e scagliarci contro gli sbirri perchè sono quelli che, ogni giorno per le strade, alle frontiere, nei quartieri, concretamente cercano di reprimerci, opprimendoci, dividendoci e negandoci la libertà.

Anche se fisicamente ci hanno portato via Cello e rimarremo divisi finchè non uscirà, continueremo a portare avanti le lotte che ci hanno uniti in tutti questi anni e che ci uniranno ancora.

La miglior difesa è l’attacco. La migliore solidarietà è la lotta.

Sappiamo bene chi siamo e cosa non vogliamo.

CELLO LIBERO, LIBERTÀ PER TUTTI E TUTTE

SOLIDARIETÀ A PISE, GIULIO, QUARA, SALVATORE E PAOLO

Invitiamo a scrivere a Cello:
Marcello Ruvidotti
casa circondariale Lorusso e Cutugno
via Maria Adelaide Aglietta 35
10149 Torino

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30 gennaio 2018

10 febbraio / Entropia TAZ

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4 gennaio 2018

13 gennaio: TAZ

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15 dicembre 2017

CASA PER TUTTI – SFRATTI PER NESSUNO

A Saronno parlare di emergenza abitativa è inopportuno, perché la parola emergenza rimanda a una situazione di straordinarietà, mentre la questione abitativa a Saronno – ma un po’ ovunque in provincia, basti guardare Busto Arsizio – è cronica, infetta e putrescente. Non un’emergenza quindi, ma la normalità.
A fronte di una sempre maggiore richiesta di alloggi popolari, dato prevedibile considerando il decennio di progressivo impoverimento della fascia medio-bassa della popolazione, la giunta leghista ne ha svenduto a privati alcuni dei pochi disponibili in città (ci riferiamo alla svendita del 62% delle quote della Sessa, la partecipata che gestisce 34 alloggi in affitto a canone concordato e tre negozi).
A fronte di un numero di sfratti annui che supera la media di uno al giorno, la giunta leghista cala le braghe di fronte a nuovi speculatori che approfittano della situazione per edificare nuovi palazzi con appartamenti di lusso che rimarranno in buona parte sfitti.
E mentre i centri cittadini si mettono il trucco per attrarre consumi e investimenti, nelle periferie, compresa quella di Saronno, le condizioni sono sempre più al limite.
Lunedì 11 dicembre al Matteotti sarebbe dovuta andare in scena l’ennesima goccia nel mare di merda che ci circonda: uno sfratto di una famiglia con tre figli minorenni da un appartamento Aler, in una palazzina in cui ci sono già quattro appartamenti vuoti.
L’ufficiale giudiziario, l’avvocato dell’Aler e altri due ufficiali, giunti a metà mattinata sorridenti e spensierati, si sono trovati di fronte all’ingresso del palazzo, oltre allo sfrattando, anche qualche solidale.
Per una volta la goccia di merda quotidiana che ingoiamo è ritornata al mittente, lo sfratto non è stato eseguito, e la famiglia in questione ha ottenuto un rinvio di un mese. Non una vittoria, nemmeno lontanamente, ma la consapevolezza che, se ad ogni sfratto Ufficiali Giudiziari e le merde dell’Aler si trovassero di fronte persone decise e unite nel non lasciare la casa, il loro lavoro (di merda) si complicherebbe non di poco, e con loro anche la gestione Aler e del Comune delle case popolari.
Una goccia è una goccia, quasi sempre ininfluente, eppure è la somma delle gocce a formare un mare, ed è una singola goccia che talvolta fa traboccare il famoso vaso.
Per anni abbiamo portato in testa ai nostri cortei uno striscione con scritto “diffondiamo autogestione, contro ogni autorità”. Ecco, noi nel resistere a uno sfratto sentiamo di condividere, di dare e di ricevere solidarietà.
Anni fa provammo ad occupare alcuni dei numerosissimi appartamenti Aler sfitti in città. Celeri come non mai accorsero sul posto, oltre a Polizia e Carabinieri, anche i funzionari Aler. Un gruppo di persone del quartiere, saputo chi erano quei signori vestiti di tutto punto, li accerchiarono e li riempirono di improperi, costringendoli alla ritirata: è questa la considerazione che le merde dell’Aler hanno nei quartieri popolari, e questa è la considerazione che hanno anche gli assistenti sociali che si permettono di fronte ad una famiglia in difficoltà di suggerir loro di “ritornare al loro paese”.

Di fronte a questo mare di merda, che solo tappandoci il naso con una molletta può sembrarci normale, abbiamo un’unica possibilità: schierarci uno al fianco dell’altro per cacciare Aler e polizia e riprenderci, così, un pezzetto della nostra vita.

TeLOS

14 dicembre 2017

12 DICEMBRE, OGGI

Testo distribuito a Saronno il 12 dicembre.

OGGI COME IERI: SAPPIAMO CHI È STATO

“Se l’unico strumento che hai in mano è un martello, ogni cosa inizierà a sembrarti un chiodo”
Quarantotto anni fa, il 12 dicembre del ‘69, scoppiavano diverse bombe tra Roma e Milano. La più grave quella in piazza Fontana a Milano: 17 morti e 87 feriti.
Che di questo episodio, come di tanti altri, si sia annacquata, se non persa, la memoria è dovuto innanzitutto alla distorsione del passato operata dallo Stato volta a riscrivere la Storia, per meglio controllare il presente. Falsità e propaganda strombazzati verso ogni dove, fondamenta del mondo per come è oggi.
Ma è fortunatamente idea diffusa che questo in cui viviamo non sia il migliore dei mondi possibili, e, allora, anche nel guardare indietro è necessaria una chiave di lettura idonea per decifrare ciò che è stato.

Bombe sangue e capitale
In momenti di forti tensioni sociali lo Stato democratico ha bisogno di una spinta, di sospendere momentaneamente il bon ton, accantonare la carota e prendere in mano il bastone. La strage di piazza Fontana e la successiva morte di Pinelli, defenestrato dalla finestra della Questura, si inseriscono in un contesto di grande subbuglio, alle spalle il maggio del ‘68 e l’autunno caldo del ’69, con una ricomposizione e una predisposizione alla lotta di una significativa fetta della gioventù metropolitana. La strage quindi, come mezzo per tentare di rompere un legame. L’estrema destra, al solito, come manovalanza a difesa dell’ordine costituito. La stampa e la propaganda di Stato per annacquare e trasformare ciò che è accaduto.

Tempi moderni
Oggi lo Stato non ha interesse a mostrare sangue e morte. Ciò non significa che non ne sia responsabile.
In un occidente pacificato e reso omogeneo, almeno in superficie, dinamiche simili vengono pianificate e scientemente applicate in quelle zone di mondo dove la vita degli esseri umani è barattabile per qualche dollaro di sfruttamento in più.
Per usare delle parole che condividiamo appieno:
“Ciò che accade al largo delle coste e all’interno del territorio libico è davvero rappresentativo dei tempi ignobili in cui viviamo.
Con lo spudorato pretesto della lotta ai trafficanti di uomini, lo Stato italiano sta lautamente finanziando signori della guerra, guardie e milizie (quello che si definisce maldestramente “governo libico”) per il controllo e l’internamento di massa dei poveri in fuga. Pattugliamenti e respingimenti sulle coste del Mediterraneo, detenzione nei campi di concentramento libici di circa seicentomila persone, costruzione di un muro nel deserto lungo il confine con il Niger, il Ciad e il Mali. Le stesse milizie che si sono arricchite per mesi con i viaggi della disperazione, ora sono pagate per impedirli. Sono le stesse milizie a cui l’ENI delega la difesa armata dei propri pozzi. Nei trentaquattro campi di concentramento (di cui ventiquattro nel territorio controllato dagli alleati dell’Italia) si praticano quotidianamente torture, violenze, stupri. L’importante è che la merce umana non richiesta non venga a turbare i sogni di ordine e sicurezza in Italia e in Europa. Il resto non è affar nostro, giusto? D’altronde, con la Turchia di Erdogan non si sono stipulati gli stessi accordi?
Nel grande caos seguìto ai bombardamenti della Nato del 2011 (proprio quando stavano scadendo le concessioni petrolifere alle potenze occidentali), i governi di Italia, Francia e Inghilterra hanno cercato di farsi le scarpe a vicenda rinegoziando con le bombe e con i soldi la propria influenza nell’area. Lo Stato italiano, di cui Gheddafi è sempre stato un ottimo alleato, non poteva certo perdere il proprio potere sull’ex colonia. La “ricostruzione” che i democratici annunciano ora in Libia in cambio dei muri anti-immigrati, è la continuazione di ciò che le loro bombe hanno cominciato. Le varie signorie libiche usano l’arma dei migranti da lasciar partire per contendersi i soldi e la legittimazione internazionali. Ciò che ogni potenza riconosce come “governo” è solo la banda di assassini più spietata e più affidabile.
Così come la partecipazione alla guerra è stata spinta all’epoca dal sinistro Napolitano, è uno sbirro del partito democratico come Minniti a pavoneggiarsi di aver ridotti gli sbarchi. L’ENI intanto ha aperto altri nove giacimenti petroliferi nei circa trentamila chilometri quadrati di territorio libico su cui governa.
Altre aziende italiane sono pronte, con armi e bagagli.
Si militarizzano le città in nome del cosiddetto “antiterrorismo”, poi si pagano le milizie jihadiste libiche per i propri interessi. Si ciancia di “diritti democratici”, ma l’unico “diritto” che hanno milioni di poveri è quello di crepare. Non si scomoda più la nozione di “razze inferiori”, ma il risultato è lo stesso.
Mentre tanti nostri simili sprofondano nel terrore, attaccare i signori dello sfruttamento e della guerra è il solo modo per non sprofondare in una disumana indifferenza.
Se non lo avete capito, si parla anche di noi.”
(Tratto da “Gli aguzzini del mare e del deserto”, http://abbatterelefrontiere.blogspot.it/)

TeLOS