4 dicembre 2016

La misura è colma!

Ancora una volta si è palesata l’infamia di polizia e giudici torinesi.

Questa volta sono in quattro a finire in carcere, mentre ad altri ed altre nove vengono notificati altrettanti divieti di dimora.

Dall’accanimento repressivo in Val Susa, ai continui arresti o misure cautelari di vario tipo, tese a fermare i compagni e le compagne che si sono spese generosamente in lotte come quella agli sfratti o contro il CIE, la magistratura e la digos torinese si continuano a distinguere. Non solo a Torino, ma in tutta Italia, infatti anche la recente operazione “Scripta Manent”, che ha portato in carcere 8 anarchici e anarchiche, è stata coordinata dalla Procura torinese.

Palese è sia un accanimento specifico, volto a spezzare una realtà che ha dato prova di saper lottare in modo lucido ed efficace, sia un carattere sperimentale nei tentativi repressivi.

Lo stillicidio continuo di cautelari “blande” (che comunque non lo sono di fatto), come divieti e obblighi di dimora, da un lato ha tentato di mettere in difficoltà, dall’altro, però, ha fatto emergere una volontà di rifiuto da parte dei compagni e delle compagne, stufi di incassare, di rispettare i dettami questurini: le tensioni sono troppo intense e i legami col territorio troppo forti per anche solo prendersi una pausa o allontanarsi di qualche chilometro.

Ad essere minata alla base è la possibilità stessa di portar avanti alcune pratiche, anche le più semplici, indispensabili in qualsiasi percorso che voglia combattere i programmi di governanti e padroni.

L’esempio torinese ha dato la forza anche in altre città per provare a violare queste misure.

Non arretrare di un passo vuol dire esporsi e mettere in conto repressioni più acute, ma con coraggio portare avanti le proprie lotte, senza compromessi. Costringendo il Potere a smascherarsi.

I “nove banditi” hanno preannunciato che non rispetteranno l’ordine della Procura, mentre la solidarietà agli arrestati e all’arrestata è già stata forte.

La solidarietà è un arma se diventa anche complicità e, allora oltre al sostegno che possiamo dare da lontano, agiamo nei nostri territori, raccogliamo quell’esempio che ha portato a violare divieti e arresti domiciliari nei casi di repressione maggiore, semplici fogli di via in altri casi.

Trasformiamolo in rabbia contro chi tenta di arrestare le lotte, in solidarietà verso chi lotta.

Complici e solidali ai torinesi, viaggeremo sempre in direzione ostinata e contraria!

TeLOS

4 dicembre 2016

ne siamo sicuri?

Gli uomini sono al tempo stesso liberi e legati, più liberi di quanto non desiderino, più legati di quanto non avvertano, giacché la massa dei mortali è fatta di sonnambuli, e all’Ordine non conviene mai che escano dal sonno, perché diventerebbero ingovernabili. L’Ordine non è amico degli uomini, esso si limita a tiranneggiarli.”

Breviario del caos – A. Caraco

Basta scorrere per pochi minuti le pagine internet e i quotidiani locali per essere sommersi da notizie del genere. Continui esempi di crimini che possono andare a colpire chiunque.

I mezzi d’informazione, locali e non, utilizzano un linguaggio che distorce la percezione dei fatti: senza analizzare le possibili cause che portano un individuo a infrangere la legalità, puntano il dito verso un capro espiatorio, nemico comune, spesso straniero.

Ma a cosa porta nel locale questo clima di insicurezza diffusa?

A Saronno il sindaco Fagioli ha sfruttato propagandisticamente e contribuito concretamente a questo processo, che non è certo iniziato con questa giunta.

Sempre più spesso si può notare come l’operato della polizia locale – con organico recentemente ampliato – si concentri su operazioni quali: il sanzionamento dei venditori abusivi e il sequestro delle merci (si pensi ad esempio agli “ambulanti dei carciofi”), l’allontanamento di questuanti o artisti di strada dalle vie del centro, l’emissione di multe per contrastare volantinaggi o altre azioni informative. Di più: il comune, nelle due ore di punta del pendolarismo, si avvale anche di vigilanti privati a presidio della stazione per prevenire la microcriminalità. Palese è l’aspetto di propaganda di questo provvedimento, volto ad acuire una sensazione di tutela dagli stranieri che bazzicano in stazione. Una stazione già demonizzata che ha visto anche provvedimenti come il recente coprifuoco serale emesso nei confronti dei locali della zona.

Un altro aspetto sempre più evidente di questa deriva securitaria, motivo di vanto di giunte con qualunque orientamento politico, è l’incremento della presenza di telecamere distribuite sul territorio, in particolare nel centro città.

Queste pratiche possono superficialmente passare inosservate, risultare innocue o addirittura giuste e auspicabili. Da un lato si tendono a creare ed enfatizzare situazioni definite emergenziali che permettono l’introduzione di nuove misure liberticide, dall’altro poi si tende a rendere le stesse definitive. Il tutto è inserito in una strategia di controllo sempre più invadente e capillare volta al mantenimento dell’ordine costituito; dove per ordine costituito non si intende un naturale svolgimento dell’esistenza, ma l’incasellamento di ogni individuo in un preciso sistema di produzione e consumi massimizzati e omologati. Questo processo di normalizzazione consente allo Stato di ridurre progressivamente la libertà di chiunque, senza incontrare resistenza alcuna (o quasi). Ogni individuo che desideri viversi luoghi e momenti al di fuori da questo schema preconfezionato è visto con sospetto e viene controllato in ogni sua attività e spostamento poiché ritenuto possibile artefice di azioni illegali.

Tutto ciò, come anche la presenza sempre maggiore di polizia ed esercito nelle piazze, induce a pensare che se qualcuno si deve far garante della nostra sicurezza è perché qualcun altro ne mina invece la stabilità. In questo senso dovremmo sentirci sempre in pericolo, creando noi stessi un clima di tensione che a sua volta legittima l’aumento del controllo. Emblematiche in questo le cosiddette zone a controllo del vicinato, dove le ronde sono composte dagli stessi abitanti del quartiere. Questi segnali evidenziano come l’ ideologia della sicurezza sia non solo accettata ma diventi necessità e dovere civico. Tale approccio non solo sembra desiderabile, ma diviene anche riproducibile dagli stessi individui.

Il sentimento viene immolato all’altare della sicurezza, unica chiave di lettura della realtà.

Siamo sicuri che al di fuori del privato ambiente domestico ci vada bene l’essere spiati mentre ci facciamo una passeggiata o ci beviamo un caffè?

Ci sentiamo più sicuri a vedere militari che, mitra alla mano, presidiano stazioni e piazze?

Non sarebbe forse più opportuno interrogarsi sulle possibili cause di alcuni episodi di microcriminalità, piuttosto che soffermarsi sulle sue banali conseguenze?

Siamo convinti che questo processo che ci rende asserviti e fiduciosi nei confronti delle autorità vada distrutto in quanto esso stesso distrugge quotidianamente la nostra libertà di vivere le città, di incontrarci, di relazionarci. Pensiamo che una vita dove non succede niente poichè continuamente minacciata da occhi ostili, sia cosa ben misera.

 

17 novembre 2016

3 GIORNI CONTRO LE FRONTIERE

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Pubblichiamo qui due testi su deportazioni e seconda accoglienza (qui la versione stampabile dei testi, qui quella del manifesto)

DEPORTAZIONI

Dalle frontiere ai CIE, i vari Stati europei mettono in campo nuove forme di spostamento e controllo delle persone che vogliono ridurre a merce-migrante.

Da un lato le espulsioni e i rimpatri, frutto di oculati accordi politici ed economici tra Stati, dall’altro il continuo e ripetuto spostamento dai territori di frontiera, verso i vari centri hotspot del sud Italia, ulteriore luogo di differenziazione e smistamento di chi viaggia senza passaporto.

Possiamo quindi osservare lo stabilizzarsi di un sistema che agisce sul controllo dei flussi migratori, trattando questi individui come oggetti che vengono ammassati in luoghi di confine, catalogati e filtrati a seconda della domanda e dell’offerta del Capitale: migrante economico o semplice profugo, funzionale o non funzionale, possibile schiavo di riserva o semplice merce avariata da rispedire al mittente. Avvenuta questa prima classificazione, i selezionati vengono quindi ridistribuiti chi nel circuito dell’accoglienza, chi in quello dell’espulsione.

Di questa seconda categoria una parte consistente viene rilasciata sul territorio statale con decreto d’espulsione alla mano, in attesa di un nuovo possibile utilizzo che sarà senz’altro agevolato dall’estrema ricattabilità che queste persone subiscono all’interno di questo loop di respingimento (in frontiera) e internamento (negli hotspot).

È necessario leggere questo fenomeno come un’applicazione su scala umana dei rimodellamenti strategici del sistema capitalista, al fine di distruggerlo.

Molte sono le analogie riscontrate tra lo spostamento delle merci e quello della gente.

Aziende come Frontex (ora Guardia Costiera e di Frontiera Europea), con la complicità di Polizia e CRI, seguono e monitorano il flusso delle persone migranti sin dal loro arrivo dalle coste del nord Africa o dal medio Oriente: dal loro accompagnamento forzato nei centri, alla loro identificazione, al prelievo delle impronte digitali, al tracciamento di chi emigra nell’UE tramite la subdola pratica della relocation, al rimpatrio di rifugiati politici in stati terzi non sicuri.

Ogni impronta digitale estorta in questo processo di oggettificazione dei corpi è inserita in Eurodac, database europeo con base in Lussemburgo, dove vengono stoccate tutte le impronte delle persone migranti identificate all’interno o lungo le frontiere degli stati appartenenti all’UE. Il tutto viene presentato come norma di prevenzione al pericolo: la libertà di movimento di chi vive la clandestinità è pericolosa, il fatto che possa richiedere asilo in più paesi è pericoloso.

Nei progetti gestionali di questo nuovo capitale umane, nella sempre più serrata applicazione di questa logistica dei corpi, rientra anche la tecnologia RFID, cioè l’assegnazione ad ogni persona migrante di un badge con microchip che faciliti la localizzazione, e quindi il monitoraggio degli spostamenti e l’identificazione rapida.

Questo sistema gestionale rimanda, neanche troppo lontanamente, a quello usato per la classificazione degli internati nei campi di concentramento della Germania nazista, sistema che a suo tempo fu sviluppato da IBM.

Questo tipo di tecnologia, sviluppato inizialmente in ambito militare durante la seconda guerra mondiale, oggi lo si ritrova applicato ad ogni forma di logistica commerciale, dallo stoccaggio allo spostamento dei prodotti, agli antitaccheggio, ai sistemi di pagamento, fino ad arrivare ad utilizzi civili tra i quali sistemi bibliotecari, registri nelle scuole, tessere sanitarie etc.

L’analogia fra uomini e merci, sempre più evidente, si riflette quindi su vari aspetti, da quelli più propriamente materiali e logistici, ad altri che potremmo definire linguistici o immaginifici.

La collaborazione tra Stato ed enti privati offre un immaginario più tollerabile ed edulcorato di quella che altrimenti sarebbe una pratica militare, attraverso la quale emergerebbe agli occhi di tutti la natura disumanizzante e coercitiva dell’apparato statale. Quale sarebbe il clima percepito nel vedere queste persone caricate e trasportate su mezzi dell’Esercito, piuttosto che a bordo di anonimi pullman (Rampinini) di aziende ben integrate nella cosiddetta società civile?

Di più. Offrire appalti ad agenzie private muove capitali e crea lavoro, rinsalda la connivenza tra Stato e padroni, che inseriti in questa dinamica di sfruttamento, si rafforzano e legittimano reciprocamente.

Grazie a questo approccio si costruisce ed utilizza un linguaggio che parla di spostamento invece che di deportazione. Distorce la percezione del reale, avvalora la rappresentazione di uno Stato capace di risolvere delle emergenze, distogliendo l’attenzione dal processo di frammentazione sociale che mette in atto.

Non ci sembra così lontano dal meccanismo per il quale termini come flessibilità sostituiscono parole come sfruttamento.

Altri attori di questa strategia di ricostruzione linguistica e immaginifica, sono tanto i classici media, quanto associazioni come Caritas e CRI.

Viene così costruita una narrazione dove i migranti risultano essere individui privilegiati, anteposti ai cittadini italiani. Tutta questa propaganda razzista, atta a fomentare la guerra tra poveri, è spinta dai media e dalla stampa ma con l’appoggio diretto e complice delle sopracitate associazioni. Dietro alla loro maschera bonaria e caritatevole si nasconde l’ennesimo tentativo di controllo e gestione. Divulgando strumentalmente i dati sulla quantità dei soggetti accolti e ospitati nei vari centri, dei pasti serviti, e l’aumento di cittadini italiani che richiedono aiuto rispetto a chi non lo è, aiutano a creare quel clima d’emergenza che porta odio e tensioni, distogliendo l’attenzione da chi di odio e tensioni si serve per meglio controllare lo stato attuale delle cose.

A fronte di queste riflessioni, sicuramente parziali, vogliamo interrogarci sulla possibilità di inceppare questi meccanismi e rendere evidenti la miseria della mercificazione dell’essere umano quanto la brutalità del suo controllo.

SECONDA ACCOGLIENZA

Nei mesi scorsi ci siamo trovati ad affrontare discorsi ed esperienze che riguardano il sistema della seconda accoglienza e il rapporto instaurabile con le persone inserite in queste strutture. Sono nati interrogativi molto ampi e spesso scivolosi, considerando la visione nostra del mondo che ci circonda.

Il primo luogo che un migrante conosce, appena arriva in Italia, è l’hotspot. Attualmente ne sono attivi 5 : Trapani, Pozzallo, Lampedusa, Porto Empedocle e Taranto.

La loro funzione è quella di raccolta dati quantitativa e qualitativa sulle persone migranti ed il loro smistamento nei centri sparsi per il territorio.

L’hotspot, tappa forzata e necessaria al controllo del flusso migratorio, assume una funzione analoga a quella di un centro logistico.

L’intero sistema è basato su requisiti specifici, paese di provenienza e accordi internazionali, che le persone devono avere per accedere all’iter che dovrebbe concedere la permanenza sul suolo italiano. L’attesa, in condizione semi-detentiva, può durare anche anni e le persone attendono una decisione arbitraria che viene presa sulla base di convenienze economiche e politiche.

La carta è solo carta? Certo. Ma è possibile per chiunque prescindere dall’avere un documento in un simile sistema?

Ci siamo chiesti se sia possibile fare in modo che nei nostri territori ci siano le condizioni per permettere alle persone di sfuggire al sistema dell’accoglienza, e decidere di fare a meno di un pezzo di carta.

Nei centri di seconda accoglienza (CAS, SPRAR e CARA), quasi sempre situati in luoghi isolati e controllati da telecamere, gli “ospiti” sono obbligati a rispettare degli orari di uscita e di rientro; non hanno possibilità di svolgere alcuna attività se non ricreativa all’interno del centro; l’insegnamento della lingua, quando previsto, è approssimativo e privato di ogni interazione con l’esterno, volto quindi al mantenimento dell’isolamento. La fornitura di cibo è spesso scadente e vissuta in maniera passiva; viene trascurato l’aspetto igienico delle strutture, all’interno delle quali non vengono comunicate nemmeno informazioni di carattere generale (per esempio come fare in caso di bisogno di cure mediche).

In sostanza le persone si trovano come pesci in un acquario, succubi di un processo di infantilizzazione: vengono trattate come incapaci di prendere decisioni e autodeterminarsi.

Di conseguenza le proteste messe in atto riguardano rivendicazioni più o meno parziali, come la qualità del cibo o l’accelerazione della burocrazia per l’ottenimento del permesso di soggiorno.

Ci chiediamo se e come è utile sostenerle. Ci troviamo di fronte ad un bivio che presuppone visioni differenti.

Quali sono i limiti nel sostenere delle proteste parziali? Considerando anche la possibilità (e il rischio) di doversi relazionare con le istituzioni.

Possono essere un punto di partenza utile per instaurare delle relazioni, oppure solo un approccio scivoloso che rischia di presentarci per quello che non siamo, legittimando l’esistenza di questi spazi. Non crediamo nell’istanza della “buona accoglienza”, ma ci rendiamo conto dell’empatia che si può provare nei confronti di persone che vivono in simili condizioni.

Se l’obiettivo è la distruzione del sistema accoglienza, come si possono fare i conti con le condizioni effettive in cui vivono i migranti nei centri?

C’è da considerare inoltre il ricatto interno ed esterno. Da parte dei gestori è la minaccia di esclusione dal sistema sulla base di comportamenti non graditi. Da fuori, complici i media, la costruzione di una narrazione per cui i migranti diventano individui privilegiati in una guerra tra poveri e devono sentirsi grati e fortunati, delegittimando così a priori una qualsiasi possibilità di protesta.

Per fare un’analogia consideriamo il carcere: un luogo da distruggere, all’interno del quale i detenuti mettono in atto proteste per migliorare le loro condizioni, ma noi ci sentiamo ugualmente di sostenerle da fuori. Il discorso è equiparabile?

Visto il paragone e i nodi da sciogliere, ci siamo interrogati sulla possibilità che la centralità delle pratiche fosse il nodo cruciale della questione.

Ma è sufficiente non perdere di vista l’obiettivo?

10 novembre 2016

AL KINESIS CONTRO I FOGLI DI VIA

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Riceviamo e pubblichiamo con invito a partecipare:

Sabato 12 novembre al Kinesis
via Carducci 3, Tradate

SERATA DI SOLIDARIETÀ CON I COLPITI DAI FOGLI DI VIA E A SOSTEGNO DELLE SPESE LEGALI

ore 19 APERICENA vegetariana e vegana

ore 21 concerto con FLAVIO PIRINI
cantautore attore fumatore predicatore

Sempre più, le questure utilizzano i fogli di via per cercare di allontanare coloro che partecipano alle lotte.
Solo nelle ultime settimane a Como, sono state comminate 16 di queste misure ad altrettanti solidali che hanno sostenuto e condiviso le lotte dei migranti accampati alla stazione a causa della chiusura razzista della frontiera con la Svizzera.
Questi si aggiungono ai 14 provvedimenti che a Saronno, cercano di colpire la lotta per gli spazi sociali e le case occupate.
Ma non è certo questa prescrizione di origine fascista che ci impedirà di continuare la lotta e decidere dove e con chi stare.

Materiali per la solidarietà con i colpiti dai fogli di via:
https://yallahcomo.wordpress.com/2016/10/16/da-qui-non-ce-ne-andiamo/

https://resist.noblogs.org/2016/10/28/radio-notav-como-antirazzista-contro-i-fogli-di-via/

https://resist.noblogs.org/2016/10/19/como-una-lettera-dal-confino/

https://resist.noblogs.org/2016/10/19/fogli-di-via-espulsi-da-como-perche-solidali-con-i-migranti/

https://resist.noblogs.org/2016/09/08/di-fogli-di-via-accanimento-poliziesco-limiti-e-barriere/

20 ottobre 2016

TeLOS ovunque: TAZ di halloween

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25 agosto 2016

10|09|2016 ACQUESCURE HC

locandina_acque_scure_#3SABATO 10 SETTEMBRE // A SARONNO

dalle 15: free writing >> porta bonze, rulli e pennelli

dalle 18: presentazione di “Rompere la piazza”, opuscolo sul reato di devastazione e saccheggio

ore 20: cena vegan a prezzi popolari

dalle 21 concerto con: MY OWN VOICE, ZONA D’OMBRA, ANESTESI, RAUCHERS, LA COSA, INGANNO, CARLOS DUNGA, BRIGADE BARDOT, CREPA, RAK SHAZA, EVERSIONE

poi TRASH NIGHT con OLINDO&ROSA DJS

possibilità di accamparsi per salvarsi la patente, portati la tenda e la distro

possibilità anche di serigrafarsi il flyer, porta mutande, magliette, felpe, bandane, bardini e quant’altro!

 

 

22 luglio 2016

22|07 // TAZ D’N’B

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10 luglio 2016

DALLO SGOMBERO ALLA NOTTE NERA

Il 22 giugno hanno sgomberato l’ennesima occupazione del Telos.

Un’ esperienza che arriva dalla determinazione e dal divertimento con cui, in questi anni, abbiamo portato avanti la lotta per uno spazio occupato a Saronno. E’ solo grazie alla forza messa in campo da tutti noi e per le risposte date agli sgomberi passati se quest’ultima occupazione è durata tre mesi. Il fatto che lo sgombero arrivi in un momento forte e vivo, ricco di iniziative e di energie, non ci stupisce, è sempre stato chiaro che la nostra presenza è  ingombrante e scomoda per chi vuole una città pacificata.

Ci teniamo a ribadire che per l’ennesima volta sono energie sprecate, sgomberare uno stabile non significa sgomberare il Telos. Per quanto possiamo affezionarci a un luogo siamo coscienti che questo sia solo un mezzo per portare avanti le nostre lotte, ci adatteremo alla situazione e continueremo  a essere ovunque, forti del sentir nostri i luoghi in cui viviamo, a cui diamo vita.

Continueremo a dimostrare che è possibile organizzarsi in modo orizzontale con altre persone, vuoi per soddisfare bisogni come quello di un tetto sotto cui vivere o per provare a vivere i  propri desideri e idee, restando avversi alle autorità e a chiunque creda nel dominio di un uomo su un altro. È in questo modo che la nostra esperienza è stata in grado di aggregare e continua ad avvicinare nuovi complici e solidali con cui percorrere questa strada.

Oggi, come ormai tradizione da ormai una decina d’anni, si terrà a Saronno la notte bianca. Come scrive qualcuno : “una nottata in cui, per una volta all’anno, i cittadini possono finalmente godersi la città anche dopo le 21, con negozi aperti, musica discutibile e consumazioni aumentate. Non sembra un granché, già.” Già, niente di che, se non il continuo tentativo di trasmettere alle persone che le città sono di chi le compra.

Divertiti si, ma quando, dove e come lo decidiamo noi.

Vivi si, ma quando, dove e come lo decidiamo noi.

Come già successo in passato ci sarà la Notte Nera, con l’obiettivo di avvicinare invece chi ha voglia di vivere la città a partire da se stesso e dai suoi desideri al di fuori di ciò che è concesso.

L’Occidente si trova in un periodo storico caratterizzato dai richiami all’unità nazionale, dai pestaggi e dagli omicidi fascisti e razzisti, dalla deriva e dalla paranoia securitaria. Le telecamere di videosorveglianza e il filo spinato sarebbero a ragione due simboli rappresentanti questi anni.  Se da una parte è lapalissiano il legame tra un omicidio fascista e gli slogan inneggianti all’odio razziale della Lega Nord e dei suoi accoliti, dall’altra risultano meno evidenti i possibili sentieri da seguire per districarsi tra una accoglienza business e richiami all’ordine per combattere la barbarie xenofoba. Ma il germe fascista si nutre del populismo e del pressapochismo che questa società genera, è indispensabile quindi riconoscere il canto delle sirene dei sostenitori dello stato di cose presenti; quale ordine? Quello dei circa 500 omicidi polizieschi nei soli Stati Uniti da inizio anno?  Ancora una volta, prima di fare un passo insieme, vogliamo essere sicuri di una semplice cosa: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Proseguiamo su questo sentiero, come barbari incivili, disertori dell’unità nazionale e sabotatori del loro ordine mortifero.

Ma un mondo altro è un mondo sconosciuto tutto da fantasticare, da creare, da esplorare. Essendo nati e cresciuti sotto il giogo imperiale, senza avere mai avuto la possibilità di sperimentare modi radicalmente diversi di vivere, non è possibile immaginare questo mondo altro se non in termini negativi, come un mondo senza denaro, senza legge, senza lavoro, senza tecnologia e senza tutti gli innumerevoli orrori prodotti dalla civiltà capitalista.

Crisso/odoteo, Barbari – L’insorgenza disordinata

TeLOS

ps: La silent disco è una cagata pazzesca!!

5 luglio 2016

TELOS DA RECORD

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5 luglio 2016

9 luglio // NOTTE NERA

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9 luglio , SARONNO

la NOTTE NERA, contro la notte bianca dei consumi

DALLE 18: aperitivo, writing, musica con “GIOIA E RIVOLUZIONE”

ORE 19: cena vegan a prezzi popolari

DALLE 21 HC/PUNK SHOW CON: ECO, GUFO NERO, ERMES, LIVIDI, EVERSIONE

SECRET LOCATION, PER INFO FB:TELOS DALLE 17