18 febbraio 2017

Solidarietà agli studenti e alle studentesse bolognesi e milanesi che lottano

statale-occupagta-620x350

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato scritto dagli imputati nel secondo processo per lo sgombero della Ex-Cuem, libreria autogestita nell’Università Statale di Milano fino a maggio 2013.

Milano, 16 febbraio 2017

Oggi, giovedì 16 febbraio, alle 9.30 ha avuto luogo al tribunale di Milano la terza udienza del processo a 7 ragazzi che parteciparono, nel maggio 2013, alla resistenza contro le forze dell’ordine chiamate dal rettore dell’Università Statale di Milano, Gianluca Vago.
Quel giorno, la polizia in assetto antisommossa entrò violentemente e senza preavviso per sgomberare un’aula occupata in risposta alla distruzione della libreria Ex-Cuem. Quest’ultima, per chi non ne abbia sentito parlare, costituiva da tempo un luogo di libertà e di libera ricerca all’interno delle mura accademiche. Lontano dalle logiche mercantilistiche che hanno piano piano avuto la meglio – in università come altrove – , la libreria si pensava e agiva come un approdo per chi, stanco della situazione stantìa e acritica in cui si trovava il movimento studentesco in tempi di grossi sconvolgimenti sociali (era il periodo delle primavere arabe, della Spagna che si sollevava con il movimento 15-m, di Occupy Wall Street..), si proponeva di effettuare un rivolgimento generale e diffuso a partire dalla critica alla modalità di trasmissione del sapere universitario.
Questo processo che ha visto sette ragazzi (ai tempi dei fatti poco più che ventenni) sul banco degli imputati – con l’accusa di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, e il conseguente rischio concreto di scontare mesi di galera per il fatto di avere “scandito cori e urla in direzione della polizia” – non è il primo riguardante i fatti di quel giorno. Altri sei ragazzi e una ragazza sono già stati processati con l’accusa di violenza a pubblico ufficiale, e hanno scontato più di 4 mesi di arresti domiciliari.
Il Pubblico Ministero Basilone ha chiesto, oggi, 8 mesi di reclusione, per una transenna trattenuta e qualche slogan lanciato in direzione delle forze dell’ordine in seguito alla loro violenza.
Caso vuole che proprio oggi, 16 febbraio, sia stata chiamata una giornata di mobilitazione in tutte le università italiane in solidarietà agli studenti e studentesse di Bologna, dove lunedì scorso dei poliziotti sono entrati prepotentemente, stavolta in una biblioteca universitaria, manganelli e scudi alla mano, pestando alla cieca come al solito. Riteniamo che i fatti del 2013 a Milano e quelli di qualche giorno fa a Bologna siano collegati. Il rettore della Statale, permettendo alla polizia in assetto antisommossa di entrare nelle mura universitarie, ha rotto un tabù: era da una trentina d’anni che non succedeva una cosa simile. La polizia, infatti, normalmente non ha alcun diritto di entrare in università, luogo di cultura e quindi ad accesso libero, che gode di uno statuto giuridico speciale. Il rettore è responsabile della protezione dei propri studenti; nel caso di Vago e del rettore di Bologna, questo rapporto si è invertito. Il rettore è diventato uno sceriffo che sfrutta il suo ruolo di potere con il fine di mantenere la sua sicurezza e la sua tranquillità, visto che l’università pubblica – soprattutto nel settore umanistico – ha costi sempre più sproporzionati rispetto alla qualità dell’insegnamento e alla preparazione impartita. Insomma, laddove mancano i soldi, e quindi i servizi e le garanzie, e laddove l’università mostra il fianco scoperto a critiche che mettono radicalmente in discussione la sua funzione, lo Stato risponde con i manganelli. A spese, ovviamente, della libertà di espressione e di circolazione dei corpi.
Il caso del divieto della conferenza di Davide Grasso, ex foreign fighter a fianco delle YPG in Kurdistan, organizzata da un gruppo autonomo della Statale di Milano due giorni fa, è un altro esempio dell’uso sproporzionato del potere da parte della gerarchia accademica, a scapito degli studenti che si organizzano autonomamente –che spesse volte sono proprio i più curiosi, intraprendenti e disinteressati. L’università, luogo di produzione di senso e di immaginario standardizzati perlopiù volti all’affermazione del potere e non alla sua messa in discussione, è un luogo potenzialmente pericoloso per chi comanda, perché tra le sue mura si troverà sempre chi, dagli insegnamenti impartiti dai libri, trarrà delle lezioni che lo condurranno a rivoltarsi. Per questo i movimenti studenteschi sono da anni sistematicamente repressi con attenzione morbosa. Ed è per questo che conviene continuarvi la lotta.

Solidarietà agli studenti e alle studentesse bolognesi e milanesi che lottano.

Alcuni compagni della ex-cuem

7 febbraio 2017

PRESIDIO CONTRO I C.I.E || 12/02, a Saronno, ore 15

presidio-saronnoweb

L’anno nuovo è iniziato con la notizia eclatante annunciata dal ministro degli interni Minniti dell’intenzione governativa di aprire in ogni regione italiana un CIE. I Centri di Identificazione ed Espulsione sono strutture di detenzione amministrativa, nelle quali vengono rinchiuse persone sprovviste di documento identificativo valido, finalizzate all’espulsione coatta nei rispettivi paesi d’origine. Già questo ci appare inaccettabile, il tutto è però aggravato dal fatto che le condizioni all’interno sono terribili: dalla qualità del cibo, spesso corrotto con psicofarmaci, alla mancanza di cure mediche, supporto legale e standard igienici accettabili.
Nel tentativo di uscirne non sono mancate proteste individuali (scioperi della fame e della sete, atti di autolesionismo) né collettive: evasioni e rivolte incendiarie hanno infatti portato all’inagibilità parziale o definitiva di questi centri, al punto che dei 13 iniziali solo 4 sono attualmente funzionanti, e a capacità ridotta, dimostrando che i CIE
si chiudono con il fuoco.
Minniti ha dichiarato la necessità di rendere più efficiente il meccanismo delle espulsioni, al fine di aumentare la sicurezza nelle strade e migliorare le relazioni fra italiani e stranieri, espellendo soggetti probabilmente detentori di stili di vita criminosi (lavoro nero, spaccio, prostituzione, furti e furtarelli, accattonaggio, occupazioni abusive, elemosine, insomma tutto ciò che è tipico di chi è costretto alla clandestinità. Ma l’argomento cardine del ministro per la riapertura dei CIE è l’allarme terrorismo: cavalcando la paura dei recenti attentati in Europa, sostiene la funzionalità delle espulsioni nel creare un argine sicuro contro lo jiadismo, a fronte di un flusso migratorio massiccio per il quale il sistema fino ad oggi applicato non è sufficiente.
Questo atto, oltre alla propaganda politica, ha come fine l’aumento del controllo: nell’impossibilità statale di gestire le persone migranti (obiettivo irraggiungibile ma soprattutto per noi non auspicabile), l’aumento della capacità di espulsione funge da deterrenza per chi vive una condizione di clandestinità. Chi è identificato come illegale è più facilmente ricattabile in quanto non si deve far notare e non deve creare problemi, e di conseguenza diviene sfruttabile dal mercato nero inteso in senso lato: dalla raccolta della frutta alla prostituzione.
Un individuo non bianco che arriva in Italia, si deve subito confrontare con gli Hotspot, strutture nelle quali i migranti vengono identificati, schedati, catalogati. In base alla possibilità di sfruttamento le opzioni sono: essere smistati in centri di seconda accoglienza sul territorio nazionale (CAS, CARA, SPRAR), portati direttamente in un CIE o rilasciati con decreto d’espulsione obbligatorio, quindi papabili per una futura deportazione; le persone divengono così pura merce da barattare, differenziare, smistare, gestire e smaltire se in eccesso o difettosa.
Il consiglio regionale lombardo, per parola del suo stesso assessore alla sicurezza, ha pensato a tre possibili città adatte alla costruzione di un CIE: Milano, Como o Monza.
Noi, nemici di ogni frontiera e di ogni prigione, non abbiamo intenzione di stare a guardare mentre c’è chi si arricchisce e specula sulla pelle delle persone, soltanto perché individui sacrificabili, capro espiatorio sociale o mezzi propagandistici.
Opporsi alla riapertura dei Centri d’Identificazione ed Espulsione non significa soltanto battersi per la libertà delle persone migranti, ma anche lottare per non rendere ancora più prigione tutto ciò che ci circonda; significa contrastare apertamente le logiche securitarie e militariste, cercando di aprire brecce per liberarsi di tutto il vecchio mondo; in poche parole, sfidare apertamente l’esistente per riprendersi la libertà che ci spetta.

“Da quale cervello feroce impazzito dalla rabbia, da quale spirito sadico vigliacco e snaturato, nacque l’idea terribile della gabbia, dove l’uomo rinchiude l’uomo e lo tiene murato?”
Alexandre Marie Jacob

Alcuni nemici ed alcune
nemiche delle frontiere

1 febbraio 2017

Sugli arresti e sullo sgombero a Firenze

Stamani, contemporaneamente allo sgombero di Villa Panico, a seguito di un’indagine condotta da polizia e carabinieri, sono stati effettuati tre arresti domiciliari e altre otto misure cautelari. Gli indagati sono 35.
A 9 compagni e compagne viene contestata un’associazione a delinquere.
Così, ad Aprile 2016, veniva descritta la situazione fiorentina dagli occupanti di Villa Panico:

“Villa Panico, nella sua attuale sede di San Salvi, è un’occupazione anarchica che esiste dal 2007: ha subìto uno sgombero, è stata occupata nuovamente, ha resistito sui tetti a un nuovo tentativo di sgombero nel 2009, è sopravvissuta a incendi, crolli e uragani. Ci hanno definito teppisti, punkabbestia e soprattutto violenti. Noi siamo innanzitutto individui che lottano contro ogni autorità, che sperimentano forme di vita collettiva in direzione ostinata e contraria al destino impostoci di docili produttori-consumatori atomizzati e segregati ognuno nei propri cubicoli. Siamo individui che rovinano i piani di chi vorrebbe una città completamente rassegnata al ruolo di cartolina per turisti, linda e decorosa, riqualificata ed esclusiva, ovvero un lucroso luna park per ricchi. Non ci facciamo abbindolare dai climi terroristici sempre utilizzati (se non creati) dai media di regime, che ci vogliono presentare i militari in città come un indispensabile incremento della sicurezza pubblica, consapevoli del fatto che altro non sono che una delle massime espressioni della volontà dello Stato di conservare il proprio potere tramite la violenza delle armi. Sappiamo riconoscere il ruolo degli sbirri nella dittatura della maggioranza e le responsabilità di politici, banchieri e dirigenti che hanno reso questa città invivibile e ci batteremo sempre contro questi e contro ogni forma di repressione\oppressione e sorveglianza, perché abbiamo la nostra vita da difendere. In un mondo in cui lo Stato, nell’ottica di preservare la propria autorità detiene il sedicente “legittimo” monopolio della violenza, che chiama legge, mentre invece l’azione o reazione violenta dell’individuo contro tutti i loro organi e ingranaggi lo definisce crimine, ci rivendichiamo fieramente sia l’illegalità che la violenza, chiarendo che quest’ultima non è mai fine a se stessa o indiscriminata, ma impiegata quando necessario in un percorso che mira alla nostra liberazione individuale e collettiva.
A chi stiamo a cuore chiediamo di tenersi pronti a qualsiasi eventualità.
A chi crede che uno sgombero basterà per eliminarci da questa città vogliamo ricordare che siamo determinati a resistere e a lottare.”
(http://www.informa-azione.info/firenze_sullo_sgombero_annunciato_di_villa_panico)

Libertà per Carlotta, Michele e Filomena!
Solidarietà a tutt* gli/le occupant* e gli/le inquisit*.

Saronnesi Solidali

24 dicembre 2016

Natale a Saronno

15068975_10154415152509580_3682527894718210657_o

16 dicembre 2016

Programma 3 giorni contro le frontiere

flyer

14 dicembre 2016

Nuova occupazione & tre giorni contro le frontiere

Oggi è stato occupato a Saronno lo spazio in cui si terrà la TRE GIORNI CONTRO LE FRONTIERE, si trova in via Stampa Soncino 6, si tratta dell’ex-Asl.

Il programma dei prossimi giorni è il seguente:

GIOVEDÌ 15

ore 6 colazione allo spazio occupato: possibilmente porta qualcosa da bere o mangiare, qualcos’altro lo metteremo noi

In mattinata e nel pomeriggio lavori per pulire e rendere più confortevole il posto e organizzare pranzi e cene per i giorni seguenti

VENERDÌ 16

ore 17 presidio alle Poste nuove di via Varese (altezza Hotel Gran Milan), Saronno.

ore 21 discussione sulle DEPORTAZIONI
controllo dei flussi migranti / processo di oggettificazione, catalogazione, mercificazione delle persone / Frontex / ruolo delle aziende private nelle deportazioni / ruolo delle associazioni come Caritas e CRI / linguaggio e immaginario mediatico

SABATO 17

ore 10 presidio alla sede della RAMPININI in via Garibaldi 110 a Fino Mornasco (CO), agenzia viaggi e di noleggio pullman che si è resa artefice delle deportazioni dalla frontiera di Como/Chiasso
Per chi volesse ci si trova alle 8 al TeLOS in via Stampa Soncino, se no direttamente a Fino Mornasco

ore 16 discussione sulla SECONDA ACCOGLIENZA
caratteristiche dei luoghi / isolamento e infantilizzazione delle persone / questione documenti / solidarietà alle lotte interne ai centri / coinvolgimento privati / prospettive dentro e fuori / reazioni fasciste e razziste / ruolo media e associazioni

DOMENICA 18

ore 15 CORTEO CONTRO LE FRONTIERE
Concentramento ore 15 in p.zza San Francesco, Saronno

C’è posto per dormire, portati sacco a pelo e materassino
Pasti garantiti il venerdì sera e il sabato sera, e la domenica a pranzo

Info
facebook: TeLOS
blog: collafenice.wordpress.com

4 dicembre 2016

La misura è colma!

Ancora una volta si è palesata l’infamia di polizia e giudici torinesi.

Questa volta sono in quattro a finire in carcere, mentre ad altri ed altre nove vengono notificati altrettanti divieti di dimora.

Dall’accanimento repressivo in Val Susa, ai continui arresti o misure cautelari di vario tipo, tese a fermare i compagni e le compagne che si sono spese generosamente in lotte come quella agli sfratti o contro il CIE, la magistratura e la digos torinese si continuano a distinguere. Non solo a Torino, ma in tutta Italia, infatti anche la recente operazione “Scripta Manent”, che ha portato in carcere 8 anarchici e anarchiche, è stata coordinata dalla Procura torinese.

Palese è sia un accanimento specifico, volto a spezzare una realtà che ha dato prova di saper lottare in modo lucido ed efficace, sia un carattere sperimentale nei tentativi repressivi.

Lo stillicidio continuo di cautelari “blande” (che comunque non lo sono di fatto), come divieti e obblighi di dimora, da un lato ha tentato di mettere in difficoltà, dall’altro, però, ha fatto emergere una volontà di rifiuto da parte dei compagni e delle compagne, stufi di incassare, di rispettare i dettami questurini: le tensioni sono troppo intense e i legami col territorio troppo forti per anche solo prendersi una pausa o allontanarsi di qualche chilometro.

Ad essere minata alla base è la possibilità stessa di portar avanti alcune pratiche, anche le più semplici, indispensabili in qualsiasi percorso che voglia combattere i programmi di governanti e padroni.

L’esempio torinese ha dato la forza anche in altre città per provare a violare queste misure.

Non arretrare di un passo vuol dire esporsi e mettere in conto repressioni più acute, ma con coraggio portare avanti le proprie lotte, senza compromessi. Costringendo il Potere a smascherarsi.

I “nove banditi” hanno preannunciato che non rispetteranno l’ordine della Procura, mentre la solidarietà agli arrestati e all’arrestata è già stata forte.

La solidarietà è un arma se diventa anche complicità e, allora oltre al sostegno che possiamo dare da lontano, agiamo nei nostri territori, raccogliamo quell’esempio che ha portato a violare divieti e arresti domiciliari nei casi di repressione maggiore, semplici fogli di via in altri casi.

Trasformiamolo in rabbia contro chi tenta di arrestare le lotte, in solidarietà verso chi lotta.

Complici e solidali ai torinesi, viaggeremo sempre in direzione ostinata e contraria!

TeLOS

4 dicembre 2016

ne siamo sicuri?

Gli uomini sono al tempo stesso liberi e legati, più liberi di quanto non desiderino, più legati di quanto non avvertano, giacché la massa dei mortali è fatta di sonnambuli, e all’Ordine non conviene mai che escano dal sonno, perché diventerebbero ingovernabili. L’Ordine non è amico degli uomini, esso si limita a tiranneggiarli.”

Breviario del caos – A. Caraco

Basta scorrere per pochi minuti le pagine internet e i quotidiani locali per essere sommersi da notizie del genere. Continui esempi di crimini che possono andare a colpire chiunque.

I mezzi d’informazione, locali e non, utilizzano un linguaggio che distorce la percezione dei fatti: senza analizzare le possibili cause che portano un individuo a infrangere la legalità, puntano il dito verso un capro espiatorio, nemico comune, spesso straniero.

Ma a cosa porta nel locale questo clima di insicurezza diffusa?

A Saronno il sindaco Fagioli ha sfruttato propagandisticamente e contribuito concretamente a questo processo, che non è certo iniziato con questa giunta.

Sempre più spesso si può notare come l’operato della polizia locale – con organico recentemente ampliato – si concentri su operazioni quali: il sanzionamento dei venditori abusivi e il sequestro delle merci (si pensi ad esempio agli “ambulanti dei carciofi”), l’allontanamento di questuanti o artisti di strada dalle vie del centro, l’emissione di multe per contrastare volantinaggi o altre azioni informative. Di più: il comune, nelle due ore di punta del pendolarismo, si avvale anche di vigilanti privati a presidio della stazione per prevenire la microcriminalità. Palese è l’aspetto di propaganda di questo provvedimento, volto ad acuire una sensazione di tutela dagli stranieri che bazzicano in stazione. Una stazione già demonizzata che ha visto anche provvedimenti come il recente coprifuoco serale emesso nei confronti dei locali della zona.

Un altro aspetto sempre più evidente di questa deriva securitaria, motivo di vanto di giunte con qualunque orientamento politico, è l’incremento della presenza di telecamere distribuite sul territorio, in particolare nel centro città.

Queste pratiche possono superficialmente passare inosservate, risultare innocue o addirittura giuste e auspicabili. Da un lato si tendono a creare ed enfatizzare situazioni definite emergenziali che permettono l’introduzione di nuove misure liberticide, dall’altro poi si tende a rendere le stesse definitive. Il tutto è inserito in una strategia di controllo sempre più invadente e capillare volta al mantenimento dell’ordine costituito; dove per ordine costituito non si intende un naturale svolgimento dell’esistenza, ma l’incasellamento di ogni individuo in un preciso sistema di produzione e consumi massimizzati e omologati. Questo processo di normalizzazione consente allo Stato di ridurre progressivamente la libertà di chiunque, senza incontrare resistenza alcuna (o quasi). Ogni individuo che desideri viversi luoghi e momenti al di fuori da questo schema preconfezionato è visto con sospetto e viene controllato in ogni sua attività e spostamento poiché ritenuto possibile artefice di azioni illegali.

Tutto ciò, come anche la presenza sempre maggiore di polizia ed esercito nelle piazze, induce a pensare che se qualcuno si deve far garante della nostra sicurezza è perché qualcun altro ne mina invece la stabilità. In questo senso dovremmo sentirci sempre in pericolo, creando noi stessi un clima di tensione che a sua volta legittima l’aumento del controllo. Emblematiche in questo le cosiddette zone a controllo del vicinato, dove le ronde sono composte dagli stessi abitanti del quartiere. Questi segnali evidenziano come l’ ideologia della sicurezza sia non solo accettata ma diventi necessità e dovere civico. Tale approccio non solo sembra desiderabile, ma diviene anche riproducibile dagli stessi individui.

Il sentimento viene immolato all’altare della sicurezza, unica chiave di lettura della realtà.

Siamo sicuri che al di fuori del privato ambiente domestico ci vada bene l’essere spiati mentre ci facciamo una passeggiata o ci beviamo un caffè?

Ci sentiamo più sicuri a vedere militari che, mitra alla mano, presidiano stazioni e piazze?

Non sarebbe forse più opportuno interrogarsi sulle possibili cause di alcuni episodi di microcriminalità, piuttosto che soffermarsi sulle sue banali conseguenze?

Siamo convinti che questo processo che ci rende asserviti e fiduciosi nei confronti delle autorità vada distrutto in quanto esso stesso distrugge quotidianamente la nostra libertà di vivere le città, di incontrarci, di relazionarci. Pensiamo che una vita dove non succede niente poichè continuamente minacciata da occhi ostili, sia cosa ben misera.

 

17 novembre 2016

3 GIORNI CONTRO LE FRONTIERE

manifesto-web

Pubblichiamo qui due testi su deportazioni e seconda accoglienza (qui la versione stampabile dei testi, qui quella del manifesto)

DEPORTAZIONI

Dalle frontiere ai CIE, i vari Stati europei mettono in campo nuove forme di spostamento e controllo delle persone che vogliono ridurre a merce-migrante.

Da un lato le espulsioni e i rimpatri, frutto di oculati accordi politici ed economici tra Stati, dall’altro il continuo e ripetuto spostamento dai territori di frontiera, verso i vari centri hotspot del sud Italia, ulteriore luogo di differenziazione e smistamento di chi viaggia senza passaporto.

Possiamo quindi osservare lo stabilizzarsi di un sistema che agisce sul controllo dei flussi migratori, trattando questi individui come oggetti che vengono ammassati in luoghi di confine, catalogati e filtrati a seconda della domanda e dell’offerta del Capitale: migrante economico o semplice profugo, funzionale o non funzionale, possibile schiavo di riserva o semplice merce avariata da rispedire al mittente. Avvenuta questa prima classificazione, i selezionati vengono quindi ridistribuiti chi nel circuito dell’accoglienza, chi in quello dell’espulsione.

Di questa seconda categoria una parte consistente viene rilasciata sul territorio statale con decreto d’espulsione alla mano, in attesa di un nuovo possibile utilizzo che sarà senz’altro agevolato dall’estrema ricattabilità che queste persone subiscono all’interno di questo loop di respingimento (in frontiera) e internamento (negli hotspot).

È necessario leggere questo fenomeno come un’applicazione su scala umana dei rimodellamenti strategici del sistema capitalista, al fine di distruggerlo.

Molte sono le analogie riscontrate tra lo spostamento delle merci e quello della gente.

Aziende come Frontex (ora Guardia Costiera e di Frontiera Europea), con la complicità di Polizia e CRI, seguono e monitorano il flusso delle persone migranti sin dal loro arrivo dalle coste del nord Africa o dal medio Oriente: dal loro accompagnamento forzato nei centri, alla loro identificazione, al prelievo delle impronte digitali, al tracciamento di chi emigra nell’UE tramite la subdola pratica della relocation, al rimpatrio di rifugiati politici in stati terzi non sicuri.

Ogni impronta digitale estorta in questo processo di oggettificazione dei corpi è inserita in Eurodac, database europeo con base in Lussemburgo, dove vengono stoccate tutte le impronte delle persone migranti identificate all’interno o lungo le frontiere degli stati appartenenti all’UE. Il tutto viene presentato come norma di prevenzione al pericolo: la libertà di movimento di chi vive la clandestinità è pericolosa, il fatto che possa richiedere asilo in più paesi è pericoloso.

Nei progetti gestionali di questo nuovo capitale umane, nella sempre più serrata applicazione di questa logistica dei corpi, rientra anche la tecnologia RFID, cioè l’assegnazione ad ogni persona migrante di un badge con microchip che faciliti la localizzazione, e quindi il monitoraggio degli spostamenti e l’identificazione rapida.

Questo sistema gestionale rimanda, neanche troppo lontanamente, a quello usato per la classificazione degli internati nei campi di concentramento della Germania nazista, sistema che a suo tempo fu sviluppato da IBM.

Questo tipo di tecnologia, sviluppato inizialmente in ambito militare durante la seconda guerra mondiale, oggi lo si ritrova applicato ad ogni forma di logistica commerciale, dallo stoccaggio allo spostamento dei prodotti, agli antitaccheggio, ai sistemi di pagamento, fino ad arrivare ad utilizzi civili tra i quali sistemi bibliotecari, registri nelle scuole, tessere sanitarie etc.

L’analogia fra uomini e merci, sempre più evidente, si riflette quindi su vari aspetti, da quelli più propriamente materiali e logistici, ad altri che potremmo definire linguistici o immaginifici.

La collaborazione tra Stato ed enti privati offre un immaginario più tollerabile ed edulcorato di quella che altrimenti sarebbe una pratica militare, attraverso la quale emergerebbe agli occhi di tutti la natura disumanizzante e coercitiva dell’apparato statale. Quale sarebbe il clima percepito nel vedere queste persone caricate e trasportate su mezzi dell’Esercito, piuttosto che a bordo di anonimi pullman (Rampinini) di aziende ben integrate nella cosiddetta società civile?

Di più. Offrire appalti ad agenzie private muove capitali e crea lavoro, rinsalda la connivenza tra Stato e padroni, che inseriti in questa dinamica di sfruttamento, si rafforzano e legittimano reciprocamente.

Grazie a questo approccio si costruisce ed utilizza un linguaggio che parla di spostamento invece che di deportazione. Distorce la percezione del reale, avvalora la rappresentazione di uno Stato capace di risolvere delle emergenze, distogliendo l’attenzione dal processo di frammentazione sociale che mette in atto.

Non ci sembra così lontano dal meccanismo per il quale termini come flessibilità sostituiscono parole come sfruttamento.

Altri attori di questa strategia di ricostruzione linguistica e immaginifica, sono tanto i classici media, quanto associazioni come Caritas e CRI.

Viene così costruita una narrazione dove i migranti risultano essere individui privilegiati, anteposti ai cittadini italiani. Tutta questa propaganda razzista, atta a fomentare la guerra tra poveri, è spinta dai media e dalla stampa ma con l’appoggio diretto e complice delle sopracitate associazioni. Dietro alla loro maschera bonaria e caritatevole si nasconde l’ennesimo tentativo di controllo e gestione. Divulgando strumentalmente i dati sulla quantità dei soggetti accolti e ospitati nei vari centri, dei pasti serviti, e l’aumento di cittadini italiani che richiedono aiuto rispetto a chi non lo è, aiutano a creare quel clima d’emergenza che porta odio e tensioni, distogliendo l’attenzione da chi di odio e tensioni si serve per meglio controllare lo stato attuale delle cose.

A fronte di queste riflessioni, sicuramente parziali, vogliamo interrogarci sulla possibilità di inceppare questi meccanismi e rendere evidenti la miseria della mercificazione dell’essere umano quanto la brutalità del suo controllo.

SECONDA ACCOGLIENZA

Nei mesi scorsi ci siamo trovati ad affrontare discorsi ed esperienze che riguardano il sistema della seconda accoglienza e il rapporto instaurabile con le persone inserite in queste strutture. Sono nati interrogativi molto ampi e spesso scivolosi, considerando la visione nostra del mondo che ci circonda.

Il primo luogo che un migrante conosce, appena arriva in Italia, è l’hotspot. Attualmente ne sono attivi 5 : Trapani, Pozzallo, Lampedusa, Porto Empedocle e Taranto.

La loro funzione è quella di raccolta dati quantitativa e qualitativa sulle persone migranti ed il loro smistamento nei centri sparsi per il territorio.

L’hotspot, tappa forzata e necessaria al controllo del flusso migratorio, assume una funzione analoga a quella di un centro logistico.

L’intero sistema è basato su requisiti specifici, paese di provenienza e accordi internazionali, che le persone devono avere per accedere all’iter che dovrebbe concedere la permanenza sul suolo italiano. L’attesa, in condizione semi-detentiva, può durare anche anni e le persone attendono una decisione arbitraria che viene presa sulla base di convenienze economiche e politiche.

La carta è solo carta? Certo. Ma è possibile per chiunque prescindere dall’avere un documento in un simile sistema?

Ci siamo chiesti se sia possibile fare in modo che nei nostri territori ci siano le condizioni per permettere alle persone di sfuggire al sistema dell’accoglienza, e decidere di fare a meno di un pezzo di carta.

Nei centri di seconda accoglienza (CAS, SPRAR e CARA), quasi sempre situati in luoghi isolati e controllati da telecamere, gli “ospiti” sono obbligati a rispettare degli orari di uscita e di rientro; non hanno possibilità di svolgere alcuna attività se non ricreativa all’interno del centro; l’insegnamento della lingua, quando previsto, è approssimativo e privato di ogni interazione con l’esterno, volto quindi al mantenimento dell’isolamento. La fornitura di cibo è spesso scadente e vissuta in maniera passiva; viene trascurato l’aspetto igienico delle strutture, all’interno delle quali non vengono comunicate nemmeno informazioni di carattere generale (per esempio come fare in caso di bisogno di cure mediche).

In sostanza le persone si trovano come pesci in un acquario, succubi di un processo di infantilizzazione: vengono trattate come incapaci di prendere decisioni e autodeterminarsi.

Di conseguenza le proteste messe in atto riguardano rivendicazioni più o meno parziali, come la qualità del cibo o l’accelerazione della burocrazia per l’ottenimento del permesso di soggiorno.

Ci chiediamo se e come è utile sostenerle. Ci troviamo di fronte ad un bivio che presuppone visioni differenti.

Quali sono i limiti nel sostenere delle proteste parziali? Considerando anche la possibilità (e il rischio) di doversi relazionare con le istituzioni.

Possono essere un punto di partenza utile per instaurare delle relazioni, oppure solo un approccio scivoloso che rischia di presentarci per quello che non siamo, legittimando l’esistenza di questi spazi. Non crediamo nell’istanza della “buona accoglienza”, ma ci rendiamo conto dell’empatia che si può provare nei confronti di persone che vivono in simili condizioni.

Se l’obiettivo è la distruzione del sistema accoglienza, come si possono fare i conti con le condizioni effettive in cui vivono i migranti nei centri?

C’è da considerare inoltre il ricatto interno ed esterno. Da parte dei gestori è la minaccia di esclusione dal sistema sulla base di comportamenti non graditi. Da fuori, complici i media, la costruzione di una narrazione per cui i migranti diventano individui privilegiati in una guerra tra poveri e devono sentirsi grati e fortunati, delegittimando così a priori una qualsiasi possibilità di protesta.

Per fare un’analogia consideriamo il carcere: un luogo da distruggere, all’interno del quale i detenuti mettono in atto proteste per migliorare le loro condizioni, ma noi ci sentiamo ugualmente di sostenerle da fuori. Il discorso è equiparabile?

Visto il paragone e i nodi da sciogliere, ci siamo interrogati sulla possibilità che la centralità delle pratiche fosse il nodo cruciale della questione.

Ma è sufficiente non perdere di vista l’obiettivo?

10 novembre 2016

AL KINESIS CONTRO I FOGLI DI VIA

12novembre_col

Riceviamo e pubblichiamo con invito a partecipare:

Sabato 12 novembre al Kinesis
via Carducci 3, Tradate

SERATA DI SOLIDARIETÀ CON I COLPITI DAI FOGLI DI VIA E A SOSTEGNO DELLE SPESE LEGALI

ore 19 APERICENA vegetariana e vegana

ore 21 concerto con FLAVIO PIRINI
cantautore attore fumatore predicatore

Sempre più, le questure utilizzano i fogli di via per cercare di allontanare coloro che partecipano alle lotte.
Solo nelle ultime settimane a Como, sono state comminate 16 di queste misure ad altrettanti solidali che hanno sostenuto e condiviso le lotte dei migranti accampati alla stazione a causa della chiusura razzista della frontiera con la Svizzera.
Questi si aggiungono ai 14 provvedimenti che a Saronno, cercano di colpire la lotta per gli spazi sociali e le case occupate.
Ma non è certo questa prescrizione di origine fascista che ci impedirà di continuare la lotta e decidere dove e con chi stare.

Materiali per la solidarietà con i colpiti dai fogli di via:
https://yallahcomo.wordpress.com/2016/10/16/da-qui-non-ce-ne-andiamo/

https://resist.noblogs.org/2016/10/28/radio-notav-como-antirazzista-contro-i-fogli-di-via/

https://resist.noblogs.org/2016/10/19/como-una-lettera-dal-confino/

https://resist.noblogs.org/2016/10/19/fogli-di-via-espulsi-da-como-perche-solidali-con-i-migranti/

https://resist.noblogs.org/2016/09/08/di-fogli-di-via-accanimento-poliziesco-limiti-e-barriere/