16 febbraio 2018

CELLO LIBERO! Sab 24/2 presidio!

Cello-libero

CONTRO OGNI GALERA, CONTRO OGNI POLIZIA, CONTRO OGNI ORDINE

A mezzanotte in punto i poliziotti
fanno il loro solito lavoro
metton le manette intorno ai polsi
a quelli che ne sanno più di loro
De Andrè, Via della Povertà

La notte tra l’8 e il 9 febbraio un nostro compagno è stato arrestato. Per farlo i furbi servitori dello Stato hanno dapprima ammanettato la persona sbagliata a Saronno, poi, accortisi dell’errore, partono a tutta velocità alla volta di Milano, stazione Cadorna, dove attorno a mezzanotte arrestano Cello. Bisognerà poi attendere le prime luci del mattino per capire cosa sta accadendo. Cello è in arresto accusato di resistenza e lesioni aggravate, in riferimento alla notte del capodanno appena trascorso in cui un rumoroso e brioso saluto ai detenuti sotto il carcere delle Vallette a Torino si è scontrato con la Polizia. Durante gli scontri, una volta tanto, una poliziotta si è presa una bottigliata in faccia. Oltre al suo arresto ci sono state anche altre cinque misure cautelari, nella fattispecie cinque divieti di dimora a Torino con firme giornaliere, un vero e proprio confino.

Di respirare la stessa aria
dei secondini non ci va
De Andrè, La mia ora di libertà

Patria galera, questa una delle perifrasi per descrivere le carceri. E parafrasi che molto ci dice sulla condizione sociale della sirtgrande maggioranza dei detenuti. Che in galera ci finiscano in larga misura gli sfruttati appare evidente, al di là poi della denominazione che questa o quella condotta prende nel codice penale. Nelle patrie galere ci finiscono coloro che come unica patria hanno la propria condizione sociale, di sfruttati appunto, e l’etichetta che viene loro cucita addosso, di delinquenti e carcerati. Se in carcere ci sono molti stranieri è per via della condizione sociale che li accomuna.

Si dice che il carcere abbia una funzione rieducativa. Nulla di più vero. Giù la maschera però: le galere educano all’adattamento, alla sopportazione delle umiliazioni, ad accettare le prepotenze, ad abbandonare la capacità di immaginare altre possibilità, a voltarsi dall’altra parte quando si assiste a ingiustizie e soprusi. Ed è non solo funzionale, ma vera colonna portante di questo sistema sociale basato sul profitto e sullo sfruttamento. In una società parcellizzata, in un cui le giornate trascorrono spostando gli occhi da uno schermo all’altro, dal lavoro retribuito al consumo retribuente, portare solidarietà e qualche attimo di vicinanza ai reclusi è provare a spezzare il vetro opaco della realtà.

È un’usanza un po’ primitiva
ma se c’è in ogni parte del mondo
da menare quelli in divisa
tutti quanti si metton d’accordo
Nanni Svampa, Ecatombe

Qualcuno diceva che il capolavoro del potere consiste nel far passare come nemico alla gente chi lo combatte, e come amico chi tiene tutti al guinzaglio. Il ruolo sociale della Polizia, dei Carabinieri e anche della Polizia Locale, è di garantire l’ordine sociale, ordine che è condizione essenziale per il perpetuarsi del mondo così come è. La trova sulla propria strada, a volte a mo’ di catena altre di manganello, chiunque provi ad allontanarsi dal seminato e chiunque osi mettere in discussione il proprio ruolo di schiavo, di sfruttato: gli operai della logistica, schiavi 2.0 in questo mondo di merda; i migranti che muoiono in mare ogni giorno sognando le nostre coste, protette dagli infami servitori dello Stato; tutte le persone sotto sfratto, specialmente chi ha una spina dorsale e non scende a compromessi con chi specula su un bisogno; chi si batte contro le devastazioni ambientali; chi si organizza senza capi né padroni, a partire dai propri bisogni, per sperimentare nella solidarietà un altro modo di stare insieme. E’ facile intuire perché solo due generazioni fa l’odio verso i gendarmi fosse diffuso e costituisse una vera e propria coscienza collettiva. I gendarmi sono feccia dell’umanità, gente che ha deciso di delegare il pensiero a qualcun altro, e svolgere solo i compiti che gli vengono assegnati. Per gente di questa risma non si può avere alcun rispetto.

Il miracolo dello Stato è rendere normale l’esistenza della Polizia, che è di per sé violenza, violenza contro ogni individuo pensante. E allora diventa inevitabile organizzarci contro questa violenza, come è avvenuto a capodanno a Torino, come è avvenuto a Piacenza, dove la Polizia che si è frapposta tra il corteo antifascista e la sede dei fascisti è stata sonoramente bastonata, e come è avvenuto un mesetto fa a Monza dove gli antifascisti hanno resistito alla Polizia che difendeva i soliti fascisti.

Diffondere solidarietà, contro ogni autorità!

CELLO LIBERO!
Solidarietà a Pise, Giulio, Paolo, Quara e Salvatore

Sabato 24 febbraio ore 15.30 in piazzetta Portici, Saronno
Presidio in solidarietà a Cello e contro ogni polizia

TeLOS

9 febbraio 2018

CELLO LIBERO!

CONTRO OGNI GABBIA, CONTRO OGNI OPPRESSORE – CELLO LIBERO!

Giovedì 8, verso le 23.30, a Saronno un compagno e una compagna vengono fermati sotto casa dalla polizia. I 6 agenti in borghese ammanettano subito il compagno. Insistentemente viene chiesto loro cosa stesse succedendo; la risposta è: “c’è stata una rapina e abbiamo la targa di questa macchina”. Una volta controllati i documenti gli sbirri capiscono di non aver trovato chi stavano cercando: tolte le manette, risalgono in macchina e se ne vanno a tutta velocità.

La storia della rapina puzza incredibilmente di cazzata.

Circa mezz’ora dopo alla stazione ferroviaria di Milano Cadorna vengono fermati quattro compagni da una decina di sbirri in borghese che si scagliano subito su uno dei quattro bloccandolo e cercando di ammanettarlo. Dopo vari minuti di parapiglia gli sbirri riescono ad arrestarlo senza dare informazioni sul motivo e sul luogo in cui lo porteranno.

Alle 5 del mattino gli agenti si presentano a casa del compagno per la perquisizione e solo in quel momento si capisce che è stato arrestato con le accuse di resistenza aggravata e lesioni per i fatti del 31 dicembre a Torino.

“Il classico saluto di capodanno ai detenuti del carcere delle Vallette questa volta si è rivelato più movimentato del solito. Tra la sessantina di persone circa accorse per l’occasione, qualcuno ha pensato bene di concedersi una pausa dal consueto utilizzo verticale degli artifizi pirotecnici, provocando un po’ di scoppi e scintille colorate tra le gambe dei plotoni di celere schierati a difesa delle recinzioni. Qualche carica e qualche lancio di tutta risposta e, a quanto si legge dai giornali, una poliziotta della scientifica (di quelle in borghese sempre con la telecamera in mano, si può presumere) ferita da una bottiglia e ricoverata in ospedale. Una scena non così usuale che speriamo abbia strappato un inaspettato e meno annoiato sorriso ai detenuti accorsi alle finestre, a guardare e urlare”. (tratto da macerie.org)

Oltre a Cello, l’operazione ha coinvolto 5 compagni di Torino per i quali sono previste le misure cautelari del divieto di dimora e dell’obbligo di firma.

Non ci interessa se le accuse siano vere o meno, la verità dei tribunali non è la nostra.

Quello che ci importa è che il saluto al carcere era, come tanti altri, un momento di solidarietà ai detenuti e lotta contro ogni gabbia.

Quello che ci importa è che continueremo a lottare contro le galere fino a che non bruceranno tutte perchè sono parte di un mondo che ci opprime, ci divide, ci nega libertà. Continueremo a odiare e scagliarci contro gli sbirri perchè sono quelli che, ogni giorno per le strade, alle frontiere, nei quartieri, concretamente cercano di reprimerci, opprimendoci, dividendoci e negandoci la libertà.

Anche se fisicamente ci hanno portato via Cello e rimarremo divisi finchè non uscirà, continueremo a portare avanti le lotte che ci hanno uniti in tutti questi anni e che ci uniranno ancora.

La miglior difesa è l’attacco. La migliore solidarietà è la lotta.

Sappiamo bene chi siamo e cosa non vogliamo.

CELLO LIBERO, LIBERTÀ PER TUTTI E TUTTE

SOLIDARIETÀ A PISE, GIULIO, QUARA, SALVATORE E PAOLO

Invitiamo a scrivere a Cello:
Marcello Ruvidotti
casa circondariale Lorusso e Cutugno
via Maria Adelaide Aglietta 35
10149 Torino

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30 gennaio 2018

10 febbraio / Entropia TAZ

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4 gennaio 2018

13 gennaio: TAZ

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15 dicembre 2017

CASA PER TUTTI – SFRATTI PER NESSUNO

A Saronno parlare di emergenza abitativa è inopportuno, perché la parola emergenza rimanda a una situazione di straordinarietà, mentre la questione abitativa a Saronno – ma un po’ ovunque in provincia, basti guardare Busto Arsizio – è cronica, infetta e putrescente. Non un’emergenza quindi, ma la normalità.
A fronte di una sempre maggiore richiesta di alloggi popolari, dato prevedibile considerando il decennio di progressivo impoverimento della fascia medio-bassa della popolazione, la giunta leghista ne ha svenduto a privati alcuni dei pochi disponibili in città (ci riferiamo alla svendita del 62% delle quote della Sessa, la partecipata che gestisce 34 alloggi in affitto a canone concordato e tre negozi).
A fronte di un numero di sfratti annui che supera la media di uno al giorno, la giunta leghista cala le braghe di fronte a nuovi speculatori che approfittano della situazione per edificare nuovi palazzi con appartamenti di lusso che rimarranno in buona parte sfitti.
E mentre i centri cittadini si mettono il trucco per attrarre consumi e investimenti, nelle periferie, compresa quella di Saronno, le condizioni sono sempre più al limite.
Lunedì 11 dicembre al Matteotti sarebbe dovuta andare in scena l’ennesima goccia nel mare di merda che ci circonda: uno sfratto di una famiglia con tre figli minorenni da un appartamento Aler, in una palazzina in cui ci sono già quattro appartamenti vuoti.
L’ufficiale giudiziario, l’avvocato dell’Aler e altri due ufficiali, giunti a metà mattinata sorridenti e spensierati, si sono trovati di fronte all’ingresso del palazzo, oltre allo sfrattando, anche qualche solidale.
Per una volta la goccia di merda quotidiana che ingoiamo è ritornata al mittente, lo sfratto non è stato eseguito, e la famiglia in questione ha ottenuto un rinvio di un mese. Non una vittoria, nemmeno lontanamente, ma la consapevolezza che, se ad ogni sfratto Ufficiali Giudiziari e le merde dell’Aler si trovassero di fronte persone decise e unite nel non lasciare la casa, il loro lavoro (di merda) si complicherebbe non di poco, e con loro anche la gestione Aler e del Comune delle case popolari.
Una goccia è una goccia, quasi sempre ininfluente, eppure è la somma delle gocce a formare un mare, ed è una singola goccia che talvolta fa traboccare il famoso vaso.
Per anni abbiamo portato in testa ai nostri cortei uno striscione con scritto “diffondiamo autogestione, contro ogni autorità”. Ecco, noi nel resistere a uno sfratto sentiamo di condividere, di dare e di ricevere solidarietà.
Anni fa provammo ad occupare alcuni dei numerosissimi appartamenti Aler sfitti in città. Celeri come non mai accorsero sul posto, oltre a Polizia e Carabinieri, anche i funzionari Aler. Un gruppo di persone del quartiere, saputo chi erano quei signori vestiti di tutto punto, li accerchiarono e li riempirono di improperi, costringendoli alla ritirata: è questa la considerazione che le merde dell’Aler hanno nei quartieri popolari, e questa è la considerazione che hanno anche gli assistenti sociali che si permettono di fronte ad una famiglia in difficoltà di suggerir loro di “ritornare al loro paese”.

Di fronte a questo mare di merda, che solo tappandoci il naso con una molletta può sembrarci normale, abbiamo un’unica possibilità: schierarci uno al fianco dell’altro per cacciare Aler e polizia e riprenderci, così, un pezzetto della nostra vita.

TeLOS

14 dicembre 2017

12 DICEMBRE, OGGI

Testo distribuito a Saronno il 12 dicembre.

OGGI COME IERI: SAPPIAMO CHI È STATO

“Se l’unico strumento che hai in mano è un martello, ogni cosa inizierà a sembrarti un chiodo”
Quarantotto anni fa, il 12 dicembre del ‘69, scoppiavano diverse bombe tra Roma e Milano. La più grave quella in piazza Fontana a Milano: 17 morti e 87 feriti.
Che di questo episodio, come di tanti altri, si sia annacquata, se non persa, la memoria è dovuto innanzitutto alla distorsione del passato operata dallo Stato volta a riscrivere la Storia, per meglio controllare il presente. Falsità e propaganda strombazzati verso ogni dove, fondamenta del mondo per come è oggi.
Ma è fortunatamente idea diffusa che questo in cui viviamo non sia il migliore dei mondi possibili, e, allora, anche nel guardare indietro è necessaria una chiave di lettura idonea per decifrare ciò che è stato.

Bombe sangue e capitale
In momenti di forti tensioni sociali lo Stato democratico ha bisogno di una spinta, di sospendere momentaneamente il bon ton, accantonare la carota e prendere in mano il bastone. La strage di piazza Fontana e la successiva morte di Pinelli, defenestrato dalla finestra della Questura, si inseriscono in un contesto di grande subbuglio, alle spalle il maggio del ‘68 e l’autunno caldo del ’69, con una ricomposizione e una predisposizione alla lotta di una significativa fetta della gioventù metropolitana. La strage quindi, come mezzo per tentare di rompere un legame. L’estrema destra, al solito, come manovalanza a difesa dell’ordine costituito. La stampa e la propaganda di Stato per annacquare e trasformare ciò che è accaduto.

Tempi moderni
Oggi lo Stato non ha interesse a mostrare sangue e morte. Ciò non significa che non ne sia responsabile.
In un occidente pacificato e reso omogeneo, almeno in superficie, dinamiche simili vengono pianificate e scientemente applicate in quelle zone di mondo dove la vita degli esseri umani è barattabile per qualche dollaro di sfruttamento in più.
Per usare delle parole che condividiamo appieno:
“Ciò che accade al largo delle coste e all’interno del territorio libico è davvero rappresentativo dei tempi ignobili in cui viviamo.
Con lo spudorato pretesto della lotta ai trafficanti di uomini, lo Stato italiano sta lautamente finanziando signori della guerra, guardie e milizie (quello che si definisce maldestramente “governo libico”) per il controllo e l’internamento di massa dei poveri in fuga. Pattugliamenti e respingimenti sulle coste del Mediterraneo, detenzione nei campi di concentramento libici di circa seicentomila persone, costruzione di un muro nel deserto lungo il confine con il Niger, il Ciad e il Mali. Le stesse milizie che si sono arricchite per mesi con i viaggi della disperazione, ora sono pagate per impedirli. Sono le stesse milizie a cui l’ENI delega la difesa armata dei propri pozzi. Nei trentaquattro campi di concentramento (di cui ventiquattro nel territorio controllato dagli alleati dell’Italia) si praticano quotidianamente torture, violenze, stupri. L’importante è che la merce umana non richiesta non venga a turbare i sogni di ordine e sicurezza in Italia e in Europa. Il resto non è affar nostro, giusto? D’altronde, con la Turchia di Erdogan non si sono stipulati gli stessi accordi?
Nel grande caos seguìto ai bombardamenti della Nato del 2011 (proprio quando stavano scadendo le concessioni petrolifere alle potenze occidentali), i governi di Italia, Francia e Inghilterra hanno cercato di farsi le scarpe a vicenda rinegoziando con le bombe e con i soldi la propria influenza nell’area. Lo Stato italiano, di cui Gheddafi è sempre stato un ottimo alleato, non poteva certo perdere il proprio potere sull’ex colonia. La “ricostruzione” che i democratici annunciano ora in Libia in cambio dei muri anti-immigrati, è la continuazione di ciò che le loro bombe hanno cominciato. Le varie signorie libiche usano l’arma dei migranti da lasciar partire per contendersi i soldi e la legittimazione internazionali. Ciò che ogni potenza riconosce come “governo” è solo la banda di assassini più spietata e più affidabile.
Così come la partecipazione alla guerra è stata spinta all’epoca dal sinistro Napolitano, è uno sbirro del partito democratico come Minniti a pavoneggiarsi di aver ridotti gli sbarchi. L’ENI intanto ha aperto altri nove giacimenti petroliferi nei circa trentamila chilometri quadrati di territorio libico su cui governa.
Altre aziende italiane sono pronte, con armi e bagagli.
Si militarizzano le città in nome del cosiddetto “antiterrorismo”, poi si pagano le milizie jihadiste libiche per i propri interessi. Si ciancia di “diritti democratici”, ma l’unico “diritto” che hanno milioni di poveri è quello di crepare. Non si scomoda più la nozione di “razze inferiori”, ma il risultato è lo stesso.
Mentre tanti nostri simili sprofondano nel terrore, attaccare i signori dello sfruttamento e della guerra è il solo modo per non sprofondare in una disumana indifferenza.
Se non lo avete capito, si parla anche di noi.”
(Tratto da “Gli aguzzini del mare e del deserto”, http://abbatterelefrontiere.blogspot.it/)

TeLOS

12 dicembre 2017

24 dicembre – TRASH PARTY

pertrash24

24 dicembre
SARONNO CITY
TRASH PARTY

Consueta vigilia trash
In consolle i peggiori diggei locali
La location dalle 21.30 sull’evento fb:
https://www.facebook.com/events/2112402588991142/

5 dicembre 2017

16 dic – PRESIDIO VS FOGLI DI VIA & DASPO URBANO

QUI SIAMO E QUI LOTTIAMO

Giovedì 21 dicembre al Tribunale di Busto Arsizio verrà pronunciata la prima sentenza sulla violazione del “Foglio di Via Obbligatorio” da Saronno.
Vogliamo ricordare cosa comporta questa misura: si tratta di un procedimento amministrativo emanato dal Questore, che prevede un allontanamento coatto da uno o più comuni per un periodo da uno a tre anni. Ciò significa che è vietato fare ritorno in quel territorio (senza autorizzazione poliziesca), pena una denuncia. Il Foglio di Via si basa sul sospetto della commissione di reati e sulla presunta pericolosità sociale di chi lo riceve, senza ricorrere alla magistratura.
In poche parole, non serve avere commesso effettivamente un reato, ma è sufficiente essere etichettato arbitrariamente come soggetto scomodo da chi amministra e controlla la città.
Soggetto scomodo in una determinata città, o in un determinato territorio, è chi cerca in qualche modo di mettere i bastoni tra le ruote ai progetti di chi governa. Sono stati dati parecchi fogli di via da Ventimiglia e da Como quando due estati fa decine di persone portavano solidarietà ai migranti e rabbia verso le frontiere e chi le pattugliava. Ancora sono stati dati a Piacenza ai lavoratori del settore della logistica che uniti rivendicavano migliori condizioni di lavoro. A Tradate sono stati dati a diversi antifascisti per essersi opposti concretamente alla propaganda razzista del nuovo fascismo. A Saronno i fogli di via riguardano principalmente le occupazioni e i momenti di conflittualità in città. Alcuni vennero dati durante lo sgombero del Telos di via Milano, si parla del settembre 2014. In una città con 1500 case sfitte, 300 famiglie in coda per un alloggio popolare – che ad andar bene sarà una topaia, e con una media di uno sfratto al giorno sono stati dati numerosi fogli di via a chi occupava uno dei tanti stabili vuoti in città. E’ comprensibile da parte di chi amministra colpire in maniera diretta chi agisce su un nervo scoperto della gestione della città.
Negli anni poi abbiamo visto dare il foglio di via, e ora il daspo urbano, anche a chi non rientra nei canoni del cittadino modello-consumatore: tutti coloro che non aderiscono ai valori diffusi da pubblicità e dai rotocalchi, non sono succubi di modelli e schemi imposti, non basano la proprie esistenze su ciò che è legale o meno, ma che usano la propria creatività per provare a vivere altrimenti e per decidere della propria vita seguendo tensioni e passioni.
Inoltre il foglio di via è uno strumento che colpisce persone prive di documenti, su una base classista e razzista, e fenomeni marginali di microcriminalità quali spaccio, uso di sostanze stupefacenti, writing e vandalismo.

Abbiamo letto nell’uso di questo strumento un vano tentativo da parte della Questura di Varese di stroncare la nostra presenza sul territorio e di rompere le molteplici relazioni che abbiamo intrecciato in questi anni.
I fogli di via li abbiamo violati, non tanto per l’arbitrarietà di questo provvedimento di cui non ci stupiamo, ma perché non diamo alcun valore ad un pezzo di carta questurino e perché siamo noi che decidiamo con chi, come e dove stare.
Indipendentemente da come andrà questo processo, ribadiamo la nostra ferma volontà nel proseguire tutto ciò che abbiamo cominciato e che continuiamo a portare avanti a Saronno, nonostante contro di noi continui ad essere valida questa misura.
Se colpiscono uno colpiscono tutti, per provare a ricostruire un tessuto di solidarietà con cui resistere più caparbiamente alle angherie del potere.
Nessuno sgombero senza risposta è stato uno slogan che abbiamo scritto e praticato più volte, allo stesso non possiamo stare in silenzio di fronte alla giustizia di Stato a difesa della proprietà e del capitale.
Ci definiscono socialmente pericolosi? E’ il nostro obiettivo esserlo in una società basata sullo sfruttamento e sulla prevaricazione, sul controllo sociale e sulla guerra. Realmente pericolosi sono, però, tutti coloro che vorrebbero farci vivere e morire nello sfruttamento, utilizzandoci come ingranaggi intercambiabili o pedine strumentali ai loro giochi di potere.

TeLOS

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26 ottobre 2017

UNA GIORNATA A SPASSO

Sabato scorso, 21 ottobre, è stata una giornata un po’ movimentata a Saronno.

Una giornata di mobilitazione antifascista per far capire ai fascisti (siano essi istituzionali o meno) che ci sono individui pronti a contrastare il loro radicamento in città ed a togliere loro ogni agibilità fin qui tollerata, prendendosi spazi e libertà, senza passare da autorizzazioni e carte bollate.

Verso le 11 di mattina, un nutrito gruppo di antifascisti si è ritrovato nei pressi del parco del Seminario per volantinare agli studenti in uscita da scuola e, nel frattempo, qualcuno aveva pensato bene di mostrare che anche i muri grigi, una volta colorati e scritti, possono comunicare. Nessuno spazio ai fascisti recitava il pezzo tracciato.

Molti studenti si erano soffermati a guardare le abilità dei writers, a chiacchierare interessati con chi stava volantinando, evidentemente soddisfatti che un po’ di colore andasse a colmare il grigiore delle pareti mute.

Due pattuglie di Carabinieri prima (arrivate a sirene spiegate e di gran carriera) e una volante di Polizia Locale poi hanno provato ad interrompere il momento, ma hanno in fretta desistito da ogni loro intento, una volta recepita la forte ostilità al loro operato.

Ed i muri sono tornati a parlare: Sbirri merde è comparsa di fianco all’altra contro il fascismo.

Di nuovo, poi, una presenza sgradita: questa volta è stato il turno del sindaco Sceriffo Fagioli, giunto solitario per provocare apertamente con la sua presenza, ma deriso e costretto ad andarsene.

Più tardi avrebbe piagnucolato la sua impotenza pubblicamente, lamentando minacce e insulti.

Dalle 15, in piazza Portici, si è svolto un presidio in cui, tra volantini distribuiti e interventi al microfono, si è ribadita la necessità di restituire nuova linfa e nuovi significati alla parola stessa antifascismo perché torni ad essere praticata quotidianamente sia nella teoria sia nella pratica e non soltanto una simbolica contestazione democratica, buona solo per sfilare il 25 di aprile o per riempirsi la bocca della parola Costituzione. Il presidio è diventato poi corteo, sfilando per il centro di Saronno, scandendo a viva voce chiare intenzioni di aperta belligeranza nei confronti di fascisti e polizia e di incondizionata solidarietà a migranti e sfruttati.

Mentre accadeva tutto ciò un gruppo di operai al soldo del Comune si prodigava nel cancellare le scritte realizzate la mattina stessa, scortati a vista da una pattuglia della Polizia Locale, evidentemente timorosi di essere disturbati in quell’infame opera.

Durante la sera e la notte, l’ennesima occupazione temporanea di un luogo altrimenti morto, riportato in vita per una sera con musica, socialità e convivialità libere.

Pare che la pioggia della nottata abbia rimosso parte del lavoro fatto per coprire le scritte e che, passando per il parco del Seminario, esse erano di nuovo visibili, nonostante un leggero strato di bianco.

Sabato 21 ottobre si è dimostrato che non siamo disposti a tollerare né alcuna presenza fascista né alcun controllo poliziesco e siamo disposti a riprenderci spazi e tempi a seconda delle nostre necessità, direttamente e senza alcuna mediazione.

Sabato 21 ottobre, di nuovo a spasso per Saronno.

La prima giornata di tante.

TeLOS

25 ottobre 2017

sabato 28 ottobre – PRESIDIO ANTIMILITARISTA

PRESIDIO ANTIMILITARISTA

NON È FORSE GUERRA?

L’ISIS sarà presto solo un ricordo”, come sostenuto anche nel Forum “La situazione attuale in Iraq e nell’area del Medio Oriente allargato”, organizzato dall’ANSA e dal Centro Studi Internazionali con esperti iracheni e italiani.
Eppure la pace nel mondo rimane comunque il sogno di qualche ingenuo: sempre nuovi fronti sono pronti a incendiarsi; perché si sa, la guerra in questo sistema basato su sfruttamento e dominio non finisce mai.
Da mesi ormai continuano esercitazioni e provocazioni tra Corea del Nord e Corea del Sud, legata agli Stati Uniti d’America. Al confine con la Russia proseguono gli attriti e i conflitti con i paesi che orbitano intorno alla NATO, principalmente in Polonia e in Ucraina. In Libia lo Stato Italiano finanzia le milizie locali per pattugliare le coste del Mediterraneo, costruire un muro nel deserto lungo il confine con Niger, Ciad e Mali e gestire i campi di concentramento dove avvengono quotidianamente torture, violenze e stupri a danno di migranti provenienti da tutta l’Africa e diretti in Europa. Queste sono le stesse milizie che si sono arricchite per mesi con i viaggi della disperazione e ora vengono pagate per impedirli. Le stesse a cui l’ENI delega la difesa armata dei propri pozzi di petrolio.
Perché la guerra sembra essere un treno inarrestabile? Chi ha interesse ad alimentare e perpetuare la sua corsa? Chi progetta, produce e vende armi; chi ha bisogno di materie prime e forza lavoro a basso costo; chi ha bisogno di luoghi dove vendere la merce ad alto prezzo; chi fa il militare di professione; chi ricostruirà ciò che è stato bombardato; chi vuole aumentare il prestigio e l’ influenza del proprio Stato.

Quando parliamo di guerra non paliamo solo di tal bombardamento o di tal massacro, ciò significa che la guerra non è soltanto un qualcosa di lontano, percepito come distante, visibile solo nel TG della sera. La guerra parte da qui. Sapevi che a Solbiate Olona c’è una base NATO? E che a Saronno ci sono gli uffici dell’azienda Rotodyne S.r.l che fabbrica elicotteri e cacciabombardieri? E che a Turate Aerea S.p.a costruisce i lanciarazzi e sistemi di puntamento? E che ad Arsago Seprio la Merletti S.r.l produce torrette per carri armati e artiglierie di piccolo calibro? Hai mai sentito parlare dell’Augusta Westland e dell’Aermacchi?
Queste sono solo alcune delle aziende che attorno a noi, ogni giorno, indisturbate, continuano a produrre armi.

Ma non percepiamo la guerra solo in basi militari, addestramenti ai poligoni, fabbriche di armi, frontiere e laboratori di ricerca. Il nostro sforzo di azione e critica radicale è rivolto alle fondamenta di un mondo che fa della guerra il suo carburante, che vive grazie ad essa e che su di essa basa la propria possibilità di persistere.
Questo significherebbe andare contro tutto il meccanismo di questo sistema, anche mettendo in discussione i nostri privilegi sociali: la nostra possibilità di consumare, di utilizzare risorse energetiche, di mantenere il predominio culturale, economico e politico sul mondo intero. Ciò comporterebbe la perdita del nostro benessere .
Non stiamo parlando di scelte individuali di consumo, bensì di scelte collettive di modi di produrre e di organizzare le nostre vite. Non ci interessa il consumo etico ed equosolidale o la parsimonia nell’utilizzo del gas e del petrolio, ciò che desideriamo è lo sconvolgimento insurrezionale e rivoluzionario per la trasformazione della società.
Parlare della guerra significa parlare della nostra quotidianità. È impossibile tirarsene fuori, abbandonare
l’indifferenza è un primo passo per capire che la guerra è la normalità in cui siamo inseriti.

Non è forse guerra la polizia che controlla e reprime chiunque si ribelli?
Non è forse guerra la videosorveglianza che ha appestato le città?
Non è forse guerra la paura per il “diverso”?
Non è forse guerra la continua devastazione ambientale?
Non è forse guerra morire per strada perché non si ha un tetto sopra la testa?
Non è forse guerra il lavoro che logora le nostre vite?

NON LASCIAMO IN PACE CHI FA LA GUERRA