10 marzo 2017

UNA FESTA

Oggi, ad un anno di distanza, abbiamo ri-occupato lo spazio in pieno centro storico in piazza Indipendenza/via Giuditta Pasta a Saronno.
L’occupazione sarà temporanea, e durerà limitatamente alla giornata dell’11 marzo, per poter festeggiare come si deve gli 8 anni dall’occupazione del Telos di via Milano.
La scelta della location non è casuale, infatti come scrivevamo lo scorso anno:
il centro di Saronno da qualche decennio sta subendo una lenta ma inesorabile trasformazione: da punto di riferimento per la città, per i giovani, per chi volesse vivere la città e la strada a centro commerciale a cielo aperto; da punto di ritrovo per centinaia di persone ad ogni ora del giorno a punto di passaggio in cui chi sosta viene guardato con sospetto; da spazio condiviso, vissuto e comune a spazio privato, videosorvegliato e arido.
Questa trasformazione non riguarda solo il centro di Saronno, ma anche i centri, o i quartieri, di diverse altre città: si chiama gentrificazione, ci dicono che si tratta di riqualificazione, quello che non dicono è che la presunta riqualificazione comporta l’aumento del costo della vita (affitti, spese, beni primari…) e di conseguenza l’arrivo di portafogli gonfi e l’allontanamento forzato della fetta di popolazione più povera.
In un centro storico di questo tipo non c’è spazio per luoghi di libera socialità e aggregazione, servono solo banche, negozi e videocamere. Perchè? Perchè ogni cambiamento deve essere in funzione del profitto, deve servire ad arricchire i pochi a discapito dei molti. Anche un bar aperto la sera viene visto male, turba il soporifero quieto vivere dei portafogli gonfi che si sono comprati un pezzo di centro. E allora la sera è bene che il centro sia deserto, al pari di come risulta deserto un centro commerciale, salvo qualche apertura serale strategica per aumentare i profitti, e allora ecco i giovedì sera estivi, ecco la notte bianca.
E’ ormai più di un progetto, è praticamente realtà, una realtà escludente e classista.
Ecco spiegate le ordinanze contro chi mangia o beve in giro, su un gradino per esempio; ecco spiegate le multe a chi chiede l’elemosina o l’allontanamento dei venditori ambulanti; ecco il perché dell’allontanamento dal centro cittadino delle manifestazioni, sia mai che oltre al denaro e al consumo si finisca per porsi qualche domanda. […]
Esistono anche altri modi di vivere gli spazi in comune, esistono altri modi per affrontare l’insicurezza diffusa su cui i politici di ogni schieramento fanno leva. Per cercare di incrinare l’isolamento individuale a cui siamo condannati. Perchè restiamo convinti che le città siano di chi le vive non di chi ha i soldi per comprarsele.

Questa sera faremo festa, e come ogni festa che si rispetti ci sarà del via-vai, ci saranno canti, ci sarà musica, ci sarà la gioia dello stare insieme. Anche di questo ci vogliamo riappropriare, in città come Saronno che negli ultimi anni hanno risentito terribilmente del terrorismo mediatico cui siamo ogni giorno bombardati. Ogni forma di vitalità è stata categorizzata e le è stata affiancata il reato specifico: passeggi una sera in centro con gli amici con una birra? Multa! Non si può bere fuori dai bar! Ridi e scherzi la sera ad alta voce? Disturbo della quiete pubblica! Ti rinfreschi ad una fontanella durante una calda giornata estiva? Stai ledendo al decoro della città! Dai alcuni volantini ai passanti contro il razzismo istituzionale e non? Stampa clandestina, distribuzione clandestina, reato! Multa! Giochi a pallone con i compagni di scuola in strada o in piazza? Allontanatevi, non si può!
Tutto è normatizzato, tutto è controllato.

Noi sabato sera faremo festa, la solita festa caotica e strabordante, senza inizio né fine. Lo faremo ancora più felici sapendo di farci beffe di sceriffi e ordinanze, di Questori e moralisti.

TeLOS itinerante – la saga continua

9 marzo 2017

SABATO 18 MARZO CORTEO A NOVARA

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Puntello a Saronno per andare insieme in treno: ore 12.45 in stazione
Di seguito le righe condivise nell’assemblea delle realtà di movimento della provincia di Varese:

18 MARZO IN PIAZZA A NOVARA PER LA LIBERTÀ DI DISSENSO

Ritrovo ore 14 in piazza Garibaldi (stazione FS)

Sempre di più il potere tenta di soffocare qualsiasi forma di dissenso, opposizione, contestazione o anche solo di pensiero critico. Le cariche ai cortei e ai picchetti dei lavoratori, la repressione delle lotte sul territorio ne sono solo un esempio. Anche in provincia di Varese sono centinaia le denunce, le multe, i fogli di via che colpiscono chi lotta per la casa, contro razzismo e fascismo, sui posti di lavoro, per gli spazi sociali.
Contro ogni forma di repressione, solidali con chi l’ha subita, saremo in piazza a Novara il 18 marzo.

Assemblea delle realtà di movimento della provincia di Varese

1 marzo 2017

TeLOS b-day: 8 anni!

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18 febbraio 2017

Solidarietà agli studenti e alle studentesse bolognesi e milanesi che lottano

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Riceviamo e pubblichiamo un comunicato scritto dagli imputati nel secondo processo per lo sgombero della Ex-Cuem, libreria autogestita nell’Università Statale di Milano fino a maggio 2013.

Milano, 16 febbraio 2017

Oggi, giovedì 16 febbraio, alle 9.30 ha avuto luogo al tribunale di Milano la terza udienza del processo a 7 ragazzi che parteciparono, nel maggio 2013, alla resistenza contro le forze dell’ordine chiamate dal rettore dell’Università Statale di Milano, Gianluca Vago.
Quel giorno, la polizia in assetto antisommossa entrò violentemente e senza preavviso per sgomberare un’aula occupata in risposta alla distruzione della libreria Ex-Cuem. Quest’ultima, per chi non ne abbia sentito parlare, costituiva da tempo un luogo di libertà e di libera ricerca all’interno delle mura accademiche. Lontano dalle logiche mercantilistiche che hanno piano piano avuto la meglio – in università come altrove – , la libreria si pensava e agiva come un approdo per chi, stanco della situazione stantìa e acritica in cui si trovava il movimento studentesco in tempi di grossi sconvolgimenti sociali (era il periodo delle primavere arabe, della Spagna che si sollevava con il movimento 15-m, di Occupy Wall Street..), si proponeva di effettuare un rivolgimento generale e diffuso a partire dalla critica alla modalità di trasmissione del sapere universitario.
Questo processo che ha visto sette ragazzi (ai tempi dei fatti poco più che ventenni) sul banco degli imputati – con l’accusa di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, e il conseguente rischio concreto di scontare mesi di galera per il fatto di avere “scandito cori e urla in direzione della polizia” – non è il primo riguardante i fatti di quel giorno. Altri sei ragazzi e una ragazza sono già stati processati con l’accusa di violenza a pubblico ufficiale, e hanno scontato più di 4 mesi di arresti domiciliari.
Il Pubblico Ministero Basilone ha chiesto, oggi, 8 mesi di reclusione, per una transenna trattenuta e qualche slogan lanciato in direzione delle forze dell’ordine in seguito alla loro violenza.
Caso vuole che proprio oggi, 16 febbraio, sia stata chiamata una giornata di mobilitazione in tutte le università italiane in solidarietà agli studenti e studentesse di Bologna, dove lunedì scorso dei poliziotti sono entrati prepotentemente, stavolta in una biblioteca universitaria, manganelli e scudi alla mano, pestando alla cieca come al solito. Riteniamo che i fatti del 2013 a Milano e quelli di qualche giorno fa a Bologna siano collegati. Il rettore della Statale, permettendo alla polizia in assetto antisommossa di entrare nelle mura universitarie, ha rotto un tabù: era da una trentina d’anni che non succedeva una cosa simile. La polizia, infatti, normalmente non ha alcun diritto di entrare in università, luogo di cultura e quindi ad accesso libero, che gode di uno statuto giuridico speciale. Il rettore è responsabile della protezione dei propri studenti; nel caso di Vago e del rettore di Bologna, questo rapporto si è invertito. Il rettore è diventato uno sceriffo che sfrutta il suo ruolo di potere con il fine di mantenere la sua sicurezza e la sua tranquillità, visto che l’università pubblica – soprattutto nel settore umanistico – ha costi sempre più sproporzionati rispetto alla qualità dell’insegnamento e alla preparazione impartita. Insomma, laddove mancano i soldi, e quindi i servizi e le garanzie, e laddove l’università mostra il fianco scoperto a critiche che mettono radicalmente in discussione la sua funzione, lo Stato risponde con i manganelli. A spese, ovviamente, della libertà di espressione e di circolazione dei corpi.
Il caso del divieto della conferenza di Davide Grasso, ex foreign fighter a fianco delle YPG in Kurdistan, organizzata da un gruppo autonomo della Statale di Milano due giorni fa, è un altro esempio dell’uso sproporzionato del potere da parte della gerarchia accademica, a scapito degli studenti che si organizzano autonomamente –che spesse volte sono proprio i più curiosi, intraprendenti e disinteressati. L’università, luogo di produzione di senso e di immaginario standardizzati perlopiù volti all’affermazione del potere e non alla sua messa in discussione, è un luogo potenzialmente pericoloso per chi comanda, perché tra le sue mura si troverà sempre chi, dagli insegnamenti impartiti dai libri, trarrà delle lezioni che lo condurranno a rivoltarsi. Per questo i movimenti studenteschi sono da anni sistematicamente repressi con attenzione morbosa. Ed è per questo che conviene continuarvi la lotta.

Solidarietà agli studenti e alle studentesse bolognesi e milanesi che lottano.

Alcuni compagni della ex-cuem

7 febbraio 2017

PRESIDIO CONTRO I C.I.E || 12/02, a Saronno, ore 15

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L’anno nuovo è iniziato con la notizia eclatante annunciata dal ministro degli interni Minniti dell’intenzione governativa di aprire in ogni regione italiana un CIE. I Centri di Identificazione ed Espulsione sono strutture di detenzione amministrativa, nelle quali vengono rinchiuse persone sprovviste di documento identificativo valido, finalizzate all’espulsione coatta nei rispettivi paesi d’origine. Già questo ci appare inaccettabile, il tutto è però aggravato dal fatto che le condizioni all’interno sono terribili: dalla qualità del cibo, spesso corrotto con psicofarmaci, alla mancanza di cure mediche, supporto legale e standard igienici accettabili.
Nel tentativo di uscirne non sono mancate proteste individuali (scioperi della fame e della sete, atti di autolesionismo) né collettive: evasioni e rivolte incendiarie hanno infatti portato all’inagibilità parziale o definitiva di questi centri, al punto che dei 13 iniziali solo 4 sono attualmente funzionanti, e a capacità ridotta, dimostrando che i CIE
si chiudono con il fuoco.
Minniti ha dichiarato la necessità di rendere più efficiente il meccanismo delle espulsioni, al fine di aumentare la sicurezza nelle strade e migliorare le relazioni fra italiani e stranieri, espellendo soggetti probabilmente detentori di stili di vita criminosi (lavoro nero, spaccio, prostituzione, furti e furtarelli, accattonaggio, occupazioni abusive, elemosine, insomma tutto ciò che è tipico di chi è costretto alla clandestinità. Ma l’argomento cardine del ministro per la riapertura dei CIE è l’allarme terrorismo: cavalcando la paura dei recenti attentati in Europa, sostiene la funzionalità delle espulsioni nel creare un argine sicuro contro lo jiadismo, a fronte di un flusso migratorio massiccio per il quale il sistema fino ad oggi applicato non è sufficiente.
Questo atto, oltre alla propaganda politica, ha come fine l’aumento del controllo: nell’impossibilità statale di gestire le persone migranti (obiettivo irraggiungibile ma soprattutto per noi non auspicabile), l’aumento della capacità di espulsione funge da deterrenza per chi vive una condizione di clandestinità. Chi è identificato come illegale è più facilmente ricattabile in quanto non si deve far notare e non deve creare problemi, e di conseguenza diviene sfruttabile dal mercato nero inteso in senso lato: dalla raccolta della frutta alla prostituzione.
Un individuo non bianco che arriva in Italia, si deve subito confrontare con gli Hotspot, strutture nelle quali i migranti vengono identificati, schedati, catalogati. In base alla possibilità di sfruttamento le opzioni sono: essere smistati in centri di seconda accoglienza sul territorio nazionale (CAS, CARA, SPRAR), portati direttamente in un CIE o rilasciati con decreto d’espulsione obbligatorio, quindi papabili per una futura deportazione; le persone divengono così pura merce da barattare, differenziare, smistare, gestire e smaltire se in eccesso o difettosa.
Il consiglio regionale lombardo, per parola del suo stesso assessore alla sicurezza, ha pensato a tre possibili città adatte alla costruzione di un CIE: Milano, Como o Monza.
Noi, nemici di ogni frontiera e di ogni prigione, non abbiamo intenzione di stare a guardare mentre c’è chi si arricchisce e specula sulla pelle delle persone, soltanto perché individui sacrificabili, capro espiatorio sociale o mezzi propagandistici.
Opporsi alla riapertura dei Centri d’Identificazione ed Espulsione non significa soltanto battersi per la libertà delle persone migranti, ma anche lottare per non rendere ancora più prigione tutto ciò che ci circonda; significa contrastare apertamente le logiche securitarie e militariste, cercando di aprire brecce per liberarsi di tutto il vecchio mondo; in poche parole, sfidare apertamente l’esistente per riprendersi la libertà che ci spetta.

“Da quale cervello feroce impazzito dalla rabbia, da quale spirito sadico vigliacco e snaturato, nacque l’idea terribile della gabbia, dove l’uomo rinchiude l’uomo e lo tiene murato?”
Alexandre Marie Jacob

Alcuni nemici ed alcune
nemiche delle frontiere

1 febbraio 2017

Sugli arresti e sullo sgombero a Firenze

Stamani, contemporaneamente allo sgombero di Villa Panico, a seguito di un’indagine condotta da polizia e carabinieri, sono stati effettuati tre arresti domiciliari e altre otto misure cautelari. Gli indagati sono 35.
A 9 compagni e compagne viene contestata un’associazione a delinquere.
Così, ad Aprile 2016, veniva descritta la situazione fiorentina dagli occupanti di Villa Panico:

“Villa Panico, nella sua attuale sede di San Salvi, è un’occupazione anarchica che esiste dal 2007: ha subìto uno sgombero, è stata occupata nuovamente, ha resistito sui tetti a un nuovo tentativo di sgombero nel 2009, è sopravvissuta a incendi, crolli e uragani. Ci hanno definito teppisti, punkabbestia e soprattutto violenti. Noi siamo innanzitutto individui che lottano contro ogni autorità, che sperimentano forme di vita collettiva in direzione ostinata e contraria al destino impostoci di docili produttori-consumatori atomizzati e segregati ognuno nei propri cubicoli. Siamo individui che rovinano i piani di chi vorrebbe una città completamente rassegnata al ruolo di cartolina per turisti, linda e decorosa, riqualificata ed esclusiva, ovvero un lucroso luna park per ricchi. Non ci facciamo abbindolare dai climi terroristici sempre utilizzati (se non creati) dai media di regime, che ci vogliono presentare i militari in città come un indispensabile incremento della sicurezza pubblica, consapevoli del fatto che altro non sono che una delle massime espressioni della volontà dello Stato di conservare il proprio potere tramite la violenza delle armi. Sappiamo riconoscere il ruolo degli sbirri nella dittatura della maggioranza e le responsabilità di politici, banchieri e dirigenti che hanno reso questa città invivibile e ci batteremo sempre contro questi e contro ogni forma di repressione\oppressione e sorveglianza, perché abbiamo la nostra vita da difendere. In un mondo in cui lo Stato, nell’ottica di preservare la propria autorità detiene il sedicente “legittimo” monopolio della violenza, che chiama legge, mentre invece l’azione o reazione violenta dell’individuo contro tutti i loro organi e ingranaggi lo definisce crimine, ci rivendichiamo fieramente sia l’illegalità che la violenza, chiarendo che quest’ultima non è mai fine a se stessa o indiscriminata, ma impiegata quando necessario in un percorso che mira alla nostra liberazione individuale e collettiva.
A chi stiamo a cuore chiediamo di tenersi pronti a qualsiasi eventualità.
A chi crede che uno sgombero basterà per eliminarci da questa città vogliamo ricordare che siamo determinati a resistere e a lottare.”
(http://www.informa-azione.info/firenze_sullo_sgombero_annunciato_di_villa_panico)

Libertà per Carlotta, Michele e Filomena!
Solidarietà a tutt* gli/le occupant* e gli/le inquisit*.

Saronnesi Solidali

24 dicembre 2016

Natale a Saronno

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16 dicembre 2016

Programma 3 giorni contro le frontiere

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14 dicembre 2016

Nuova occupazione & tre giorni contro le frontiere

Oggi è stato occupato a Saronno lo spazio in cui si terrà la TRE GIORNI CONTRO LE FRONTIERE, si trova in via Stampa Soncino 6, si tratta dell’ex-Asl.

Il programma dei prossimi giorni è il seguente:

GIOVEDÌ 15

ore 6 colazione allo spazio occupato: possibilmente porta qualcosa da bere o mangiare, qualcos’altro lo metteremo noi

In mattinata e nel pomeriggio lavori per pulire e rendere più confortevole il posto e organizzare pranzi e cene per i giorni seguenti

VENERDÌ 16

ore 17 presidio alle Poste nuove di via Varese (altezza Hotel Gran Milan), Saronno.

ore 21 discussione sulle DEPORTAZIONI
controllo dei flussi migranti / processo di oggettificazione, catalogazione, mercificazione delle persone / Frontex / ruolo delle aziende private nelle deportazioni / ruolo delle associazioni come Caritas e CRI / linguaggio e immaginario mediatico

SABATO 17

ore 10 presidio alla sede della RAMPININI in via Garibaldi 110 a Fino Mornasco (CO), agenzia viaggi e di noleggio pullman che si è resa artefice delle deportazioni dalla frontiera di Como/Chiasso
Per chi volesse ci si trova alle 8 al TeLOS in via Stampa Soncino, se no direttamente a Fino Mornasco

ore 16 discussione sulla SECONDA ACCOGLIENZA
caratteristiche dei luoghi / isolamento e infantilizzazione delle persone / questione documenti / solidarietà alle lotte interne ai centri / coinvolgimento privati / prospettive dentro e fuori / reazioni fasciste e razziste / ruolo media e associazioni

DOMENICA 18

ore 15 CORTEO CONTRO LE FRONTIERE
Concentramento ore 15 in p.zza San Francesco, Saronno

C’è posto per dormire, portati sacco a pelo e materassino
Pasti garantiti il venerdì sera e il sabato sera, e la domenica a pranzo

Info
facebook: TeLOS
blog: collafenice.wordpress.com

4 dicembre 2016

La misura è colma!

Ancora una volta si è palesata l’infamia di polizia e giudici torinesi.

Questa volta sono in quattro a finire in carcere, mentre ad altri ed altre nove vengono notificati altrettanti divieti di dimora.

Dall’accanimento repressivo in Val Susa, ai continui arresti o misure cautelari di vario tipo, tese a fermare i compagni e le compagne che si sono spese generosamente in lotte come quella agli sfratti o contro il CIE, la magistratura e la digos torinese si continuano a distinguere. Non solo a Torino, ma in tutta Italia, infatti anche la recente operazione “Scripta Manent”, che ha portato in carcere 8 anarchici e anarchiche, è stata coordinata dalla Procura torinese.

Palese è sia un accanimento specifico, volto a spezzare una realtà che ha dato prova di saper lottare in modo lucido ed efficace, sia un carattere sperimentale nei tentativi repressivi.

Lo stillicidio continuo di cautelari “blande” (che comunque non lo sono di fatto), come divieti e obblighi di dimora, da un lato ha tentato di mettere in difficoltà, dall’altro, però, ha fatto emergere una volontà di rifiuto da parte dei compagni e delle compagne, stufi di incassare, di rispettare i dettami questurini: le tensioni sono troppo intense e i legami col territorio troppo forti per anche solo prendersi una pausa o allontanarsi di qualche chilometro.

Ad essere minata alla base è la possibilità stessa di portar avanti alcune pratiche, anche le più semplici, indispensabili in qualsiasi percorso che voglia combattere i programmi di governanti e padroni.

L’esempio torinese ha dato la forza anche in altre città per provare a violare queste misure.

Non arretrare di un passo vuol dire esporsi e mettere in conto repressioni più acute, ma con coraggio portare avanti le proprie lotte, senza compromessi. Costringendo il Potere a smascherarsi.

I “nove banditi” hanno preannunciato che non rispetteranno l’ordine della Procura, mentre la solidarietà agli arrestati e all’arrestata è già stata forte.

La solidarietà è un arma se diventa anche complicità e, allora oltre al sostegno che possiamo dare da lontano, agiamo nei nostri territori, raccogliamo quell’esempio che ha portato a violare divieti e arresti domiciliari nei casi di repressione maggiore, semplici fogli di via in altri casi.

Trasformiamolo in rabbia contro chi tenta di arrestare le lotte, in solidarietà verso chi lotta.

Complici e solidali ai torinesi, viaggeremo sempre in direzione ostinata e contraria!

TeLOS